L’ascolto del nuovo album di The Weeknd, per di più in quarantena, è un’esperienza piena di alti e bassi per quanto riguarda le emozioni provate. Sono pugni in faccia (vedi la copertina del disco) seguiti dalle migliori scopate della tua vita; sono gli attacchi di panico che abbiamo in questi giorni seguiti da una quantità infinita di abbracci che sicuramente daremo non appena ce la faremo.

Esattamente così, come Adam Sandler in Uncut Gems – film in cui compare pure The Weekend.

È lo stesso Abel, infatti, a confermarci questa confusione totale, prima in Heartless, dove canta “Never need a bitch, I’m what a bitch need / Tryin’ to find the one that can fix me” e poi nella crisi d’identità raccontata tra le righe di Scared to Live (“I am not the man I used to be”) e After Hours (“I turned into the man I used to be”). E più si scava fondo nei testi, più la confusione viene a galla, risultando – per assurdo – il fil rouge del disco.

È il solito mix di feelings che ti fotte il cervello quando lasci/vieni lasciato/stai con qualcuno/stai da solo. Quindi sempre? Praticamente sì, se si parla di cuore.

E state pure tranquilli che musicalmente non siamo da meno: After Hours suona totalmente diverso rispetto ai precedenti lavori di The Weeknd, ma allo stesso tempo è un mix tra le sonorità più cupe dei primi lavori (Trilogy e Kiss Land), i synth più radiofonici di Starboy e nuove fantastiche produzioni guidate dal solito Max Martin in compagnia di Metro BoominIllangelo e quel genio di Daniel Lopatin (Oneohtrix Point Never). È un disco che (ri)porta in radio generi e sonorità che mancavano da decenni, il tutto cantato senza l’aiuto di alcun featuring, in totale contrapposizione ai suoi competitors.

Più nel dettaglio After Hours è la perfetta colonna sonora di un film sci-fi poliziesco degli anni ’80 (potete ammirare l’incredibile trailer del disco per capire meglio) in cui new wave, R&B e synth-pop si sciolgono sotto la voce bollente di The Weekend.

Nella prima parte troviamo le ballate di Phil Collins (Scared To Live) drogate dai ritmi 2-step e UK garage del Burial di Rival Dealer (Too Late, Hardest To Love). Poi ecco che arrivano gli agognati pugni sul naso con una tripletta di bombe spaziali chiamate Faith, Blinding Lights e In Your Eyes. Ci ritroviamo nei panni di Tommy Vercetti di GTA Vice City, catapultati sul Wellcraft Scarab KV di Miami Vice (nonostante tutte le visual dell’album siano ambientate in quel di Las Vegas) in mezzo al mare, ma stiamo piangendo nonostante Abel ci stia consigliando di “Save your tears for another day“.

E non è ancora finita, perché ci arrivano in soccorso Daniel Lopatin pieno di vocoder e suoni di R Plus Seven insieme Kevin Parker dei Tame Impala con i suoi synth psichedelici in Repeat After Me (Interlude) per preparaci al gran finale: quello di After Hours. Il miglior brano del disco per distacco e il più vicino ai primi lavori di The Weekend. È la lettera di scuse alla fine di una relazione (probabilmente con Selena Gomez), in cui Abel si dispiace per averle spezzato il cuore in malo modo.

Abbiamo il viso dissanguato (Untill I Bleed Out), perché After Hours mette davvero alla prova le nostre emozioni facendoci passare nella testa tutte le nostre relazioni passate, tra coltellate alle spalle e notti di incredibile sesso sfrenato.

Tracce consigliate: After HoursHardest To LoveScared To Live