Earl Sweatshirt, ex membro del leggendario collettivo OFWGKTA (la Odd Future, per intenderci), ci ha graziati con un’ uscita inaspettata per iniziare il 2022 esattamente nello stesso modo in cui abbiamo salutato il 2021: con zero certezze e pronti ad incassare. E muti. SICK! è il titolo del quinto studio album del rapper e produttore americano e se steste pensando che si tratti di un ascolto tranquillone, vi state sbagliando di grosso.

Thebe Neruda Kgositsile aka Earl Sweatshirt ha imbastito un album solo all’apparenza semplice. La spina dorsale dell’LP sono 10 canzoni che possono facilmente ingannare l’ascoltatore, fino a quando si preme play e si inizia a girare in cerchio come la trottola di Inception.

È importante ricordare che questo album è frutto di un passato turbolento, segnato dalla depressione e dalle droghe, tematiche che l’artista ha in passato espresso in musica senza peli sulla lingua in alcune delle sue uscite più celebri, quali Some Rap Songs del 2018 e I Don’t Like Shit I Don’t Go Outside del 2015. Ascoltare questo disco è come farsi una passeggiata (in)disturbata nella mente di Sweatshirt che, a tratti, non sembra preoccuparsi di farci ritrovare a carponi nel fango delle sue emozioni.

In un’intervista Earl racconta come questo disco sia il prodotto spontaneo delle sue riflessioni sul declino della salute mentale generale delle persone, in particolare modo durante la pandemia del 2021.

Before the virus, I had been working on an album I named after a book I used to read with my mother (The People Could Fly). Once the lockdowns hit, people couldn’t fly anymore. A wise man said art imitates life. People were sick. The people were angry and isolated and restless. I leaned into the chaos, ’cause it was apparent that it wasn’t going anywhere. These songs are what happened when I would come up for air.

Con SICK! sembrerebbe che il rapper abbia deciso in qualche senso di voltare pagina e cambiare capitolo, consapevolezza che non si traduce necessariamente con un radicale mutamento di stile, ma che sicuramente si presenta in modo differente, con più coraggio e più stoicismo rispetto al rapper che conoscevamo anni fa, distaccandosi di qualche passo dall’oblio nero degli album passati.
Il titolo in sé fa da biglietto da visita per presentarci l’equilibrio fragile tra il bene ed il male che l’artista cerca di esprimere. La parola sick può essere infatti utilizzata con accezione positiva (significando che qualcosa è “pazzesco” o estremamente “cool”) ma può anche indicare un’infinità di scenari negativi legati alla follia, alla malattia ed al dolore.
Questa sottile linea di separazione fa da cornice alle 10 tracce, alcune delle quali superano il minuto raso e facilitano l’ascolto dell’intero album rendendolo, se vogliamo, un’unica lunghissima storia da ascoltare e, soprattutto, da leggere.
Seguire la “trama” del disco non risulta infatti essere un compito facile. La penna di Earl richiede la più letterale attenzione, nessuna parola viene lasciata al caso e non è raro restare impressionati dall’eleganza con cui riesce ad incastrare riferimenti su riferimenti in poche righe.

L’intero album ci lascia dondolare avanti ed indietro tra presente e passato, tra sofferenza e crescita, tematiche legate dal grande polisemico concetto di sickness che getta le basi per l’album intero: dalla opening track, Old Friend che ci accoglie nel disco con dei chiari riferimenti alla pandemia, passando per 2010, che nient’altro è se non il racconto della sua vita passata, della nota riconciliazione con la madre e delle difficoltà che lo hanno segnato. La title track è il pezzo che maggiormente ruota attorno al concetto di sickness da intendere come malattia fisica, mentale, sociale, epidemica e che ci regala una chiusura molto toccante con un’intervento di Fela Kuti sul compito rivoluzionario della musica.

So I think, as far as Africa is concerned, music cannot be for enjoyment, music has to be for revolution. Really working with the people, enlightening the people and doing your duty as a citizen to play music and act and do something about the system. If you feel bad about it, do something about it

È un album che arriva senza fare troppo rumore ma con una grande carica di tormento interiore, tradotto in musica dalla presenza di scricchiolii di vinile, suol beats, tagli di interviste e di conversazioni e con una martellante narrazione purtroppo non sempre piacevole.
In giro per il disco, di tanto in tanto queste caratteristiche si fondono assieme dando vita a tracce come Vision (ft. Zelooperz), interessante pezzo chill trap con un giro di piano che si ripete per 4 lunghi minuti o, ancora, Tabula Rasa (ft. Armand Hamemer), una traccia da ondata old school nostalgica senza significativi cambi di scena e con un looped beat che, onestamente, fatica a coinvolgere, rendendo la traccia rapidamente viziata. Interessante invece l’influenza funk di Lye, con fiati e bassi che risollevano le mellow bars del disco e riaffermano la forte e sicura identità hip-hop del rapper.

Earl Sweatshirt ha quasi 28 anni ormai, è diventato padre e sta chiaramente mostrando un cambio di prospettiva riguardo alla vita ed alla collettività in cui viviamo. I mostri con i quali combatte di certo non sono spariti, ma li ha fatti sedere in panchina ricordandosi che fanno parte della sua storia, ma non necessariamente debbano essere protagonisti del suo presente.

Questo LP sembra essere il tentativo di raccontare la nuova normalità a cui tutti, ancora, stiamo cercando di abituarci, piena di contraddizioni, dubbi e con la nostalgia dei bei vecchi tempi. È un disco che racconta il presente di chi ancora non ha del tutto superato il proprio passato e che forse, proprio per questo, non riesce ad afferrare l’ascoltatore come dovrebbe. Le tematiche però sono ancora troppo fresche e la frustrazione è tangibile, facendo sì che questo disco, per quanto breve “grows on you”, ti cresca addosso piano piano, lasciandoti però più confuso di quanto non fossi prima di ascoltarlo.

Tracce consigliate: Titanic, Old Friend