Ammettiamolo: fa sempre piacere ascoltare album di band indie che che fanno ancora veri dischi indie nonostante l’indie, quello vero, sia finito da anni e oramai le giovani band indie made-in-UK si spengono dopo il primo album indie, ossia quando finisce la sponsorizzazione di NME. Però qua parliamo dei Maccabees, che il loro perché ce l’hanno sempre avuto, con alti e bassi, con idee proprie e scopiazzate, con album belli e brutti; insomma, niente di nuovo nel mondo indie.

A 8 anni dall’esordio il quintetto (sestetto live dall’ultimo album) londinese si presenta con un concept album sulla gentrification di Londra, album peraltro dalla nascita e sviluppo non facile. Marks to Prove It ha risentito, paradossalmente ma anche no, della libertà compositiva che si sono dati i Maccabees. Il rischio di fare una cazzata micidiale era dietro l’angolo, neanche a dirlo. E invece.

E invece Marks to Prove It regge all’impatto. Prende le distanze da quanto fatto in precedenza, lascia da parte i voli pindarici di Given to the Wild e per effetto di ciò diventa subito un album solido, terra terra, senza che questo abbia connotazioni negative, sia chiaro. E non che i Maccabees siano diventati una band hardcore; non mancano i momenti più riflessivi. Semplicemente sono calati nell’atmosfera “urbana” e assolutamente umana dell’album.
L’affollamento nelle sale di registrazione si sente eccome: la titletrack e primo, ottimo singolo sfocia quasi nel caos senza perdere per questo in immediatezza, con un ritornello di rara furbizia. All’opposto dell’energia lanciata al 101% di Marks to Prove It si trovano tracce come WWI Portraits, con un’impalcatura lenta a costruirsi e quasi sottotono, salvo poi esplodere e scaricare tutta la staticità accumulata. Sulla stessa scia ma decisamente meglio c’è Kamakura, anello di congiunzione ideale tra un pop di alta qualità e un rock maturo. Per non parlare poi del finale affidato a Pioneering System, a tratti quasi più un’improvvisazione jazzistica che una traccia indie rock, e alla fine ballad Dawn Chorus tutta cori e sussurri (nella quale, sempre per tornare al jazz, è protagonista anche una tromba, un po’ fuori posto forse?).

Chi si era innamorato di loro in passato, ritrova oggi una band mutata e maturata. Non è tutto oro quello che luccica e non si può nemmeno fare finta che il livello qualitativo sia altissimo o impeccabile. Altrettanto non c’è un’esplosione di creatività propria che faccia gridare al miracolo compositivo; ma dire che Marks to Prove It sia un brutto album, no non si può.

Traccia consigliata: Kamakura