Portate sulla cresta dell’onda da un hype quasi inspiegabile nel lontano 2015, le madrilene Hinds non hanno mai fatto molto per smarcarsi dalla bolla surf-garage che le ha accompagnate fin dagli esordi. Se con gli EP e il primo album Leave Me Alone potevano avere ancora delle cartucce da sparare (anche se già nella prova sulla lunga distanza iniziavano a fare cilecca), il successivo I Don’t Run suonava già stanco, ripetitivo e davvero troppo, troppo derivativo, nonostante l’inusuale mix inglese-spagnolo.

Seguendo la collaudata formula di un disco ogni due anni, le Hinds ci riprovano nel 2020 con The Prettiest Curse, che già dall’artwork tenta di prendere le distanze dal passato, preferendo una posa plastica alle foto sgranate che caratterizzavano i primi lavori. Anche musicalmente sembrerebbe esserci una svolta: molti brani tolgono il piede dall’acceleratore e saltuariamente appare anche qualche synth. Svolta totale, penserete: beh, non proprio. Alcuni dei pezzi più riusciti sono effettivamente quelli che si discostano dal classico stile Hinds – l’opener Good Bad Times o il primo singolo Riding Solo – ma una buona metà dell’album suona esattamente come i primi due full-lenght: derivativa e senza idee.

È il caso di Boy, pezzo che scorre senza lasciare alcuna traccia, o le vivaci Burn, The Play e Waiting For You, che sembrano uscire direttamente da I Don’t Run. Fa eccezione Take Me Back, che riporta le lancette al 2016 ma almeno presenta una melodia capace di rimanere in testa e una chitarra più che discreta. Da qui le cose vanno a rotoli, perché passi la conclusiva This Moment Forever, un lento che si trascina davvero per sempre nonostante i neanche 4 minuti di durata, ma i singoli Just Like Kids (Miau) e Come Back And Love Me <3 sono tra le cose peggiori mai partorite dalla band. La prima vorrebbe fare ancora il verso ai Superorganism ma si rivela solamente fonte di fastidio per i suoi GNEGNEGNE, AHAHA e MIAU, che distruggono quello che poteva essere un riuscito pezzo indie pop senza pretese. Come Back And Love Me <3 pesca nella tradizione spagnola – il flamenco – per una ballad che dentro questo casino di disco pare davvero un pesce fuor d’acqua.

The Prettiest Curse non lascia molto a fine ascolto. Ci sono due-tre pezzi che si elevano rispetto alla piattezza dell’album, ma quando li si paragona con roba simile (Superorganism, Chastity Belt, le influenze sono più variegate del solito) il giudizio crolla miseramente. Poteva essere un album coraggioso, è soltanto l’ennesima occasione mancata.

Tracce consigliate: Riding Solo, Take Me Back