Tra le tante cose travagliate di questo anno, c’è stato Forever, il primo album da solista di Francesco Bianconi, anima dei Baustelle. Un album appunto travagliato, che, dopo una prima pubblicazione prevista per marzo, è stato rimpacchettato, messo in dispensa e finalmente presentato a metà ottobre. Di emergenza in emergenza, in sostanza; e il primo pensiero che si potrebbe ironicamente formulare, una volta ascoltate le dieci tracce del disco è: “Mo ci mancava pure questo!”. Già, perché come si poteva immaginare, Forever è un disco molto grigio, scuro, coperto da una foschia plumbea, tutto sommato un po’ fine a se stessa.

La prima grande differenza che riscontriamo rispetto al Bianconi dei Baustelle è musicale: Forever è un album minimale, all’insegna della sottrazione, il cui tappeto sonoro si fonda sul piano e sugli archi. Un scelta che pone in rilievo la voce dell’artista toscano e degli artisti internazionali che appaiono in più tracce. La voce posta in altorilievo è un invito ad aguzzare l’udito e dare un peso non indifferente alle parole che si ascoltano, visto che sono scarnificate e più libere del solito. Ed è qui che non si capisce bene Forever cosa voglia raccontare e, soprattutto, in quale direzione voglia portarci: tra narrazioni alla De André (L’abisso, Assassinio dilettante), echi di Battiato (“Proteggerti dal male / dal freddo e dalla gente“), approfondimenti nichilisti (Il bene) e più o meno interessanti esperimenti d’oltreconfine (Go!, Fàika Llil Wnhàr, The Strenght), c’è in tutto l’album una poetica – possiamo dirlo? sì, lo diciamo – poco gradevole e male assortita.

Questo sprazzo individuale della carriera di Francesco Bianconi è stato un momento per mettere alla prova, a quanto pare, soprattutto la sua vena autoriale. Ciò che emerge nei brani è una poesia cupa, certo, ma senza che si capisca bene il perché debba essere per forza così; una poesia densa di simbolismo, ma fatta di simboli troppo ermetici (vedi Zuma Beach); una poesia che vuole anche attaccare, che vuole essere cruda (“Io so che son venuto dalla fica e so che lì voglio tornare“), che vuole filosofeggiare, ma che a tratti ha un effetto opposto, quasi parodistico, che dall’immagine di, per esempio, Fabrizio De André, ti fa venire in mente invece quella di Mariottide (un personaggio interpretato da Maccio Capatonda, ndr) che si esibisce in brani come Mannaggia, Tristezza a palate, Tu puzzi e Perché sputi.

Guardo il mondo senza gli occhi che vorrei
Perché conosco bene gli uomini, racconto i loro demoni
Ma non riesco a vivere coi miei

Così canta Bianconi ne L’Abisso, ma in realtà sembra proprio accadere l’opposto in Forever; in questo suo album solista, ci fa vedere il mondo, evidentemente, coi suoi occhi, racconta i suoi demoni dimenticando quelli degli uomini e ne esce così fuori un dieci tracce nel quale è difficile orientarsi, perché di fatto, una chiave di lettura non l’abbiamo – e forse non esiste.

Forever è un album prodotto notevolmente; vanta un parterre di musicisti di grande rilievo e Bianconi si inserisce con grande eleganza in questo contesto da lui creato. Ma è un disco che non ha molto a che vedere con la forza dei Baustelle (nemmeno a quelli limitrofi di Fantasma), e in generale ha poco a che vedere con l’album che potevamo aspettarci dalla statura artistica di Francesco Bianconi.

Tracce consigliate: Go!