Nel loro primo album a quattro mani, che arriva dopo svariati anni di amicizia e collaborazioni, Colapesce e Dimartino fanno come i figli degli Dei che vengono mandati sulla terra a contemplare quello che succede da queste parti e a prendersi dosi massicce di umanità.

E come i figli delle divinità anche loro sono un po’ uomini e prendono, ora dagli uni ora dagli altri, i pregi e i difetti. Conoscono la mortalità e la fallibilità. Non imparano dagli errori e non dimenticheranno mai la giovinezza, specialmente quella delle cose non fatte. E poi ci sono le cose d’amore. Ma sono anche osservatori terzi (non troppo distaccati ed un po’ perfidi) di un mondo in rovina che annotano, cantano e confabulano tra loro, mettendo da parte l’Io artistico tipico dell’autore per lasciare spazio alle situazioni esterne.

Fanno un po’ come le cicale dell’omonimo brano che mescola la produzione pop con una parte autoriale più classica ed il cui sottotesto racconta il mito delle cicale nel Fedro di Platone: uomini che amavano così tanto cantare che non facevano altro tutto il giorno, fino a dimenticarsi di nutrirsi e che, per questo motivo, vengono trasformati in cicale. Quindi ora possono cantare 24/7 senza pensieri. In cambio, però, devono riferire alle Muse chi sono i bravi e chi i cattivi. Morale della favola, che a sua volta è metafora del poeta (oggi potremmo dire dei cantautori): sulla terra ci sono solo stronzi, a qualsiasi latitudine.

Paese che vai / Stronzi che trovi

E annotano, cantano e confabulano tra loro in questo concept album sulla mortalità ed i suoi corollari e, quindi, prima di tutto, sull’esistenza e sul tempo concesso sulla terra, in particolare all’adolescente che per definizione tende all’autodistruzione e insieme all’immortalità. Dieci tracce dalla scrittura surreale che si muovono su temi ricorrenti con parole molto serie, veicolate dal funk e dai synth ed immerse nei paesaggi siciliani.

L’Isola infatti torna continuamente nel disco, tra bellezze del passato e contraddizioni del presente. Dalla Scala dei Turchi alle colonne di Eracle; da Agrigento a Palermo passando anche per Catania nell’incursione di Carmen Consoli, che chiude metaforicamente la Trinacria e combina – in Luna Araba – il Battiato di Arabian Song e Centro di gravità permanente. Più Patriots che La Voce del Padrone. C’è un rapido sguardo anche a quella che somiglia molto alla Milano Sud di via Bonghi in Parole D’acqua che si sofferma, invece, sulla malinconia delle occasioni perdute:

Passo lento da Via Bonghi/Un silenzio spaventoso/E ripasso col pensiero tutti i baci che potevo darti e non ti ho dato

e lo fa sviluppando (ed omaggiando) una storia di Le Passanti di De Andrè (che a sua volta prese Les Passantes di Brassens che a sua volta tramutò in canzone una poesia di Antoine Pol):

Dei baci che non si è osato dare/Delle occasioni lasciate ad aspettare/Degli occhi mai più rivisti

Ma la Sicilia è soprattutto un’evocazione catartica della nostalgia e dei ricordi che riaffiorano e viene riproposta con un’estetica moderna attraverso simboli e citazioni, suscitando un forte senso di desiderio e di malinconia.

Scompone i ricordi e li riporta alla luce. Come nella serenata Majorana che chiude l’album e che racconta della fuga dal paesello. In questo ultimo brano c’è qualcosa che ha a che fare con le immagini perse nella memoria in una sorta di matrimonio tra ricordi e fantasie, come nei sogni in terza persona. L’album, invece, si era aperto con una specie di meta-canzone che trae origine da Il Merlo di Piero Ciampi con la quale i due autori ironizzano sui cliché dell’autore e di quelli che vivono nella scena. Una forma di ironia un po’ troppo Brunori che messa in apertura di disco, però, catalizza su di sé tutte le attenzioni pur rimanendo, nella sostanza, un elemento marginale (ed evitabile?!) di un disco che, comunque, trova i suoi punti forti nei brani che non hanno fatto parte dei singoli pre-release. (vedi anche Noia Mortale sul Thegiornalisti pre scissione andante)

I Mortali è un disco omogeneo, fatto di pop ricercato e dialoghi d’autore, a metà tra Arcade Fire e Franco Battiato. Un cantautorato controcorrente sia rispetto alla canzone d’autore tradizionale, sia rispetto alla musica leggera, che non deriva dal sollievo di uno stato di bisogno, quanto piuttosto dalla libertà e dalla indipendenza. Virtù di pochi artisti che non richiedono giustificazioni e che gli Dei invidiano agli uomini, anche se poi si muore.

Tracce consigliate: Parole d’acqua, Le Cicale