Swans_To_Be_Kind612Etichetta: Young God
Anno: 2014

Simile a:
Fall of EfrafaInlé
Neurosis Through Silver in Blood
Have a Nice Life Deathconsciousness

The lunatic, the lover, and the poet,
Are of imagination all compact:
One sees more devils than vast hell can hold,
That is, the madman; the lover, all as frantic,
Sees Helen’s beauty in a brow of Egypt:
The poet’s eye, in a fine frenzy rolling,
Doth glance from heaven to earth, from earth to heaven;

(
William Shakespeare, A Midsummer Night’s Dream, 5.1.7)

To Be Kind è il terzo album dei redivivi Swans degli anni 2000 che, risorti come la mitologica fenice da quello che sembrava un irreversibile oblio, aggiungono un altro tassello alla pluridecennale carriera con quella che è la loro prova su disco più lunga di sempre dopo il monolitico Soundtracks for the Blind, anno di grazia 1996.
Oggi come allora guidati da Michael Gira; il quale, scrollatosi di dosso la polvere dell’industrial digrignante i denti degli anni 80 e la fase sperimentale degli anni 90 senza ripulirsene veramente, guida con contegno sciamanico la propria congrega verso una prova tanto febbrilmente attesa quanto rischiosa. To Be Kind raccoglie quanto fatto nell’ultimo lustro e sposta, mossa per mossa, le proprie pedine qualche passo avanti verso l’annichilimento dell’ascoltatore.

Non un singolo leitmotiv conduttore a fare da lumino delle due ore di ascolto, ma più sentieri che si tendono nel buio, si perdono, si incrociano. Nessun compromesso già a partire dall’ipnosi di Screen Shot: l’immagine ritratta nello scatto ed elaborata da una linea di basso magnetica è quella di uno scenario enigmatico dove il testo non proferisce verbo ma una serie di parole apparentemente senza senso, che assume i contorni più netti di un’apatia forzata, fuori dal tempo, senza dolori nè piaceri: No need, no hate, no will, no speech/No dream, no sleep, no suffering. In sei minuti non ci siamo accorti di una granata che ci è rotolata fino ai piedi e che ora, dopo un crescendo nichilista tutto uguale ci deflagra senza che possiamo muovere un muscolo. Love! Now!/Breathe! Now!/Here! Now!
Tensione da tagliare con il coltello per l’accoppiata Just a Little Boy (for Chester Burnett) e A Little God in My Hands: la prima si mantiene su toni ovattati (e come sarebbe possibile altrimenti se il protagonista ci confessa di dormire, tra gli altri, nel ventre di una donna, di un uomo, del ritmo e degli oceani?), avversati da improvvisi scoppi di risate che sembrano deridere l’ascoltatore, preso in giro da un bambino strillante, e altrettanto repentine sfuriate di chitarra. Da non perdere, nella nenia, i rari momenti nei quali la sei corde emerge dalle acque sporche per una manciata di note dal gusto blues. Niente di stupefacente, il Chester Burnett del titolo è meglio conosciuto come Howlin’ Wolf, esponente storico della scuola di Chicago e il rapporto di amore di Gira verso questo genere non è mai stato messo in dubbio.
Bring the Sun / Toussaint l’Ouverture è quello che la titletrack era per The Seer: una torre di Babele tanto colossale e massiccia nella sua costruzione quanto tese e precarie sono le emozioni che trasmette. Pura megalofobia inoculata da ogni strepitio delle chitarre, dalla batteria impazzita, da ogni tortura alle corde vocali che si autoinfligge Gira. François-Dominique Toussaint Louverture, rivoluzionario e padre della patria haitiana, arriva a cavallo al grido di Liberté, égalité, fraternité e invettive religiose e antireligiose lanciate come proiettili.
Il filo spinato di Screen Shot lo ritroviamo in Some Things We Do, nelle vesti di un più rassicurante filo di seta. L’ammorbidimento del suono e il duetto con Little Annie non salvano il brano dall’influsso strisciante e tagliente degli archi, suonati e arrangiati da Julia Kent per un’atmosfera molto più sottile che nella canzone sorella, quasi a farci temere che il filo che ci sta scorrendo tra le mani si tramuti in una serpe.
Finiamo intrappolati nei gorghi di basso e batteria, trascinati in un’allucinante danza a ritmo di tamburello accompagnato dagli alleluja in She Loves Us, strapazzati nelle contratture anarchiche del free jazz noisy di Oxygen, con solo la dolce bellezza a (quasi) due voci di Kirsten Supine, con St. Vincent, a fare da cuscinetto. Anche qui però il tiro mancino ci viene giocato con maestria e il ritmo di una ninna nanna muta in un tartassamento spietato soprattutto ad opera delle sapienti quanto brutali braccia del polistrumentista Thor Harris, spettacolare dal vivo quasi quanto le danze convulse di Gira stesso.
La tensione cresce senza riguardo per il tempo che passa nei termini di interi minuti su Nathalie Neal e quando affiora il cuore della canzone-mostro lo fa per non prendere prigionieri. Le chitarre acustiche chiudono anche questo capitolo per proiettarci verso il gran finale, To Be Kind. “There are millions and millions of stars in your eyes” è la litania che precede la tempesta, ancora una volta evocata dalla magia nera delle percussioni. Secondi di confusione, secondi di eco, secondi di silenzio e poi sfoghi mozzafiato sempre più furiosi e disperati nel dare anche l’ultimo sprazzo di energia. Fine, cala il sipario.

Scacco matto per i Cigni.

Tracce consigliate:  A Little God in My Hands, Bring the Sun/Toussaint l’Ouverture, Kirsten Supine.