In Spagna ci sono diverse enclavi britanniche: oltre alla più nota Gibilterra, a metà luglio, dal 1995, la più grande diventa senza dubbio la piccola cittadina di Benicàssim, situata sulla costa fra Barcellona e Valencia. La ragione è facilmente intuibile: ok le grandi line up dei festival inglesi, ma come non voler barattare le distese di fango, polvere e spesso pioggia, con i 30 gradi, il sole e una spiaggia dove andare a svenire fra una serata e l’altra?

Quest’anno i sudditi della regina ad averlo pensato devono essere stati più del solito, e complice la line up forse leggermente caotica ma sicuramente interessante, ad occupare il paesello sono arrivati in 50000: per il festival un nuovo record di presenze.

Day 1

La cosa si intuisce fin dal momento in cui arriviamo all’ingresso per ottenere il braccialetto, dove ci troviamo di fronte a un coda che sfiora le 2 ore di attesa. Fortunatamente il festival, almeno in fatto di orari, segue il dilatato tempo spagnolo: tutti i concerti principali sono in notturna, e riusciamo a varcare l’agognato ingresso in tempo per seguirli. Il primo ad accoglierci non appena entrati è uno Stormzy statuario e in splendida forma. Il suo show, decisamente energico, esalta da subito l’Escenario Las Palmas, fra pezzi ormai classici e intermezzi più strani ma godibili, come la cover di Shapes Of You di Ed Sheeran.

Ed, ti ricordavo diverso

Appena finito il suo concerto, l’eterna dannazione dei festival ad ogni latitudine del mondo fa la sua comparsa anche qui. La mancata invenzione della macchina per l’ubiquità (scienza, siamo nel 2017, suvvia) ci costringe a scegliere fra l’usato indie sicuro dei Courteeners e la bolgia pop di The Weekend. Optiamo per i sani valori di una volta, e ci troviamo davanti al Visa Stage, il secondo palco per importanza, in attesa dei mancuniani. Come previsto, a funzionare meglio sono le canzoni più vecchie, e ancora più ovviamente a ribaltare la folla è Not Ninenteen Foverer, una delle ultime tracce in scaletta. Sudati, doloranti e contenti corriamo da The Weeknd, di fronte (o meglio, vista l’affluenza, in fondo a destra) al palco principale. Fortunatamente il canadese si è tenuto per il finale alcuni dei suoi pezzi migliori, e l’infilata I Can’t Feel My Face, I Feel It Coming e The Hills ci fa un po’ rimpiangere di non avergli dedicato più attenzione.

Scusa.

È il momento di tirare il fiato e i Jesus And Mary Chain sono una buona occasione per farlo. Non per loro demerito, tutt’altro, ma di sicuro non sono il gruppo durante il quale lanciarsi a tutti i costi nella calca: meglio restare defilati, e godersi  un gruppo che nonostante abbia il merito di continuare a produrre nuova musica, chiaramente vive di rendita sul suo glorioso passato. Anche perché, nel secondo fastidioso clash della serata, dopo mezz’ora inizia Bonobo, e non si può sempre scegliere la tradizione. Bonobo ripaga la fiducia con uno show fatto di momenti tranquilli (a volte, a dire il vero, leggermente soporiferi), alternati ad accelerate improvvise, il tutto nobilitato dalla splendida voce dell’interprete chiamata ad accompagnare il suo live.

Complimenti per la voce (e per il gusto nel vestire).

Rimane il tempo per qualche momento di cassa dritta Techno fornito gentilmente da Kolsch, e poi il festival dà la buonanotte: è la prima sera, e ancora la programmazione in tarda notte non è a pieno regime. È qui che scopriamo uno dei problemi organizzativi del Fib: per chi non ha scelto di dormire nel girone dei dannati del campeggio più vicino all’entrata, il ritorno in paese rappresenta comunque un’esperienza infernale, con centinaia di anime in pena che si affannano per trovare pullman (difficilmente reperibili), taxi (non pervenuti), o, ormai sconfortati, che decidono di tornare a piedi. In questo caso, è la polizia locale ad avere elaborato la pena espiativa, obbligando a procedere secondo un percorso velocemente riassumibile così:

Interpretazione verosimile d’artista.

Day 2

Inizia il secondo giorno, ed è il momento di dedicarsi a quella che è una delle grandi attrattive del festival: la spiaggia! Qui, fra un bagno, un’Agua de Valencia e un po’ di people watching di inglesi non abituati all’esposizione ai raggi solari durante le ore centrali della giornata, arriva in fretta sera.

Anche troppo in fretta: e infatti il primo concerto che riusciamo a seguire è quello dei Blossoms, saltando a malincuore i Temples. Il quintetto inglese è godibile, ma dopo qualche canzone viene il sospetto più che fondato di essere di fronte a uno di quei gruppi pompato dalla stampa albionica ben al di là dei suoi effettivi meriti. È questo che ci porta a cambiare palco per raggiungere il South Stage, uno dei luoghi più particolari del festival, costruito su modello di un Motel americano vintage. Sono in scena i Theme Park, che dopo una partenza poco convincente si riprendono canzone dopo canzone, e il loro electro-disco-pop spinge la pur poca gente presente a lasciarsi andare a balletti via via sempre più ambigui.

Non abbiamo foto dei Theme Park. Ma abbiamo foto del momento in cui ci siamo ritrovati in Nevada nel 1975.

Finito il concerto, un provvidenziale buco di programmazione ci ricorda che bisogna sempre pur mangiare per vivere. In realtà non un è vero buco: stanno suonando i Los Planetas, gruppo che a giudicare dalle dimensioni del nome in cartellone dev’essere qui in Spagna una vera istituzione. A giudicarli da lontano, sembrano un incrocio fra Vasco Rossi e un generico gruppo shoegaze: nulla di così interessante da distrarci dal nostro cibo thailandese.

Ben rifocillati, andiamo ad aspettare i 2Manydj’s, piazzati alle 11 e mezza ad un orario che, visti i tempi lunghi del festival, sembra un po’ fuori luogo. Ma ai fratelli Dewaele non importa che sia relativamente presto, e premono sull’acceleratore come sono soliti fare. Rispetto agli show storici, preparati nel dettaglio, qui il set sembra un po’ improvvisato: i visual non sono coordinati con la musica e si limitano ad essere un paio di video in loop, e anche i loro mix non sono proprio senza sbavature. Quello a cui non rinunciano sono i loro celebri cambi schizofrenici che affiancano pezzi electro spinti ad altri di tutt’altro genere (dagli Arcade Fire agli Lcd Soundsystem).

All My Friends are sotto cassa.

Di nuovo la programmazione infame ci obbligano a correre a set non ancora finito, ma ci sentiamo più che giustificati: sull’Escenario Las Palmas stanno per iniziare i Foals. E non restiamo delusi, perché assistiamo a uno dei concerti più belli di tutti i 4 giorni. L’inizio, con Mountain at my Gates, già conquista tutto il pubblico, e l’esecuzione live di pezzi come My Number, Spanish Sahara, Black Gold, A Knife In The Ocean rivelano quanto i Foals siano diventati a tutti gli effetti una band dai più che meritati grandi numeri. Yannis è in stato di grazia, canta tutta Inhaler tenuto in piedi dalle prime file, e la chiusura con Two Steps, Twice e l’ennesimo regalo inaspettato del loro concerto.

Santo Subito.

A risvegliarci dall’estasi, ci pensa Deadmau5. Il suo set è piuttosto piatto, il topo gigante sembra volersi allontanare dalle baracconate EDM (non a caso passa più di metà set senza maschera, e il palco non ha tutti quegli effetti carnevaleschi a cui il genere ci ha ormai abituato). Cassa dritta anonima, ogni tanto sferzata dai suoni che l’hanno reso famoso: troppo poco per reggere lo stage a dovere. Aspettiamo comunque la conclusione, anche perché la programmazione successiva non ha grandi picchi, per cui ci limitiamo a vagare da uno stage all’altro, incontrando tra l’altro l’incomprensibile spettacolo dei Charlotte Church’s Late Night Pop Dungeon, una specie di musical teatrale in cui una quantità indefinita di persone sul palco fanno cover di canzoni altrui vestiti in maniera buffa. Una curiosa conclusione di questo day 2 del festival.

Un post condiviso da Matt Malin (@moxmalin) in data:

Maccosa?

Day 3

Si preannuncia una giornata molto densa: per l’occasione anche la spiaggia perde la sua carica magnetica, e alle 8 siamo già dentro. Davanti a noi, un grande vecchio dell’indie rock: J Mascics con i suoi Dinosaur Jr.

L’aria da santone è sempre quella, purtroppo la voce no e tutta l’interpretazione ne risente, con alcuni dei pezzi più attesi ridotti praticamente a versioni strumentali privati totalmente della loro carica originale. Poco male, tanto subito dopo è il turno di sua arroganza Liam Gallagher, e cosa potevamo aspettarci da una sua esibizione di fronte a un pubblico composto al 90% da inglesi?  Un karaoke da decine di migliaia di persone su ogni hit degli Oasis, con qualche momento più tiepido durante le sue canzoni soliste. Sta di fatto che le canzoni degli Oasis sono davvero tante in scaletta: Rock’n’Roll Star, Morning Glory, D’You Know What I Mean?, Slide Away, Be Here Now, e in chiusura Wonderwall. E sono tutte eseguite con una voce ritrovata, e la carica e l’atteggiamento di chi si sente un Dio.

Lo statuto semidivino di Liam Gallagher lo rende impossibile da fotografare con una messa a fuoco decente.

Ma a giudicare dal numero di magliette e tatuaggio con soggetto asterisco rosso che ci circondano, quello che la folla considera il concerto del giorno è senza dubbio il successivo: protagonisti i Red Hot Chili Peppers. Quando i redivivi attaccano con Around the World l’area di fronte al palco è gremita al punto che è impossibile muovere un muscolo, ma tanto a muoverli a sufficienza ci pensano loro, mostrando un’energia e un affiatamento che raramente si vedono su un palco. Dopo esserci gustati un po’ di pezzi evergreen e una bellissima cover di Iggy Pop, ragioni liturgiche ci spingono però a cambiare concerto, e dopo una ventina di minuti di spintoni arriviamo di fronte a un altro redivivo, seppur ben più giovane: Pete Doherty. È qui in versione solista e rinuncia a proporre i suoi pezzi famosi, quello a cui non rinuncia è alla sua voglia di sfasciarsi e di sfasciare tutto quello che gli capita a tiro. Il suo corpo sfida la gravità ad ogni passo, un paio di volte rischia di rovinare sui poveri musicisti che lo circondano e a un certo punto decide di lanciare le aste dei microfoni addosso al pubblico rischiando di provocare commozioni cerebrali a qualche malcapitato spettatore. Altre volte sembra la parodia di sé stesso, come quando canta con il chitarrista avvicinandosi a pochi millimetri dalla sua faccia, in una quasi avvilente rievocazione dei good old days con Carl. Ma quando, sul finale, parte Fuck Forever, Pete rende chiaro il perché avrà sempre un posto nel nostro cuore.

Mens sana in corpore sano.

Piccola pausa, ma quando sentiamo un uomo a torso nudo sporco di melma indefinita urlare “Mon The Biff!” capiamo: è l’ora dei Biffy Clyro. Altra grande sorpresa, altro concerto che si può mettere nell’elenco dei migliori di questi 4 giorni. Gli scozzesi non si risparmiano un attimo e in 20 canzoni mettono in scena uno di quegli spettacoli che credevamo ormai impossibili, se non a prezzo del ridicolo: e invece Simon Neil, a torso nudo, capello lungo sudato, inguainato in un paio di pantaloni di velluto rossi, dimostra che l’immaginario rock ha ancora qualcosa da dire, se messo nelle mani giuste.

Acciaccati a causa dei continui Circle Pit, finiamo la nostra serata sull’house godereccia di Tcts, dj house di Manchester che sa come far divertire chi ancora non ha ceduto. Poi ci aspetta l’esodo penitenziale fino al paese, per prepararci al conclusivo giorno 4.

Day 4

Con un po’ di stanchezza e un po’ di malinconia, ci prepariamo a chiudere questa edizione 2017 del Fib. Serve qualcosa che ci risollevi fisicamente e moralmente, e la risposta sono gli Slaves. Sul palco sono in 2 e hanno potenza e testosterone come se fossero il quadruplo, il loro concerto è l’equivalente energetico di un’iniezione di Red Bull in vena, e ci rimette in piedi per concludere il festival con onore.

Forse per abbassare la carica testosteronica in eccesso degli Slaves, il programma prevede poi i Years&Years. Dal vestiti del cantante, alla voce in perenne falsetto, alle mille luci e colori del bellissimo allestimento del palco, l’atmosfera si fa decisamente più gay-friendly. Il loro concerto è sicuramente uno spettacolo per gli occhi, musicalmente non riescono a convincerci di non essere solo un gruppo da qualche grande singolo e poco più: se Take Shelter, Desire, Kings funzionano benissimo anche dal vivo, il resto delle canzoni risultano un po’ anonime, carine ma difficilmente memorabili.

🏳️‍🌈

Subito a seguire, il momento più cafone del festival (Liam a parte, ma lì è tutt’altra storia): i Kasabian. Stadium rock a badilate su una folla che sembra comunque felice di riceverle, sudata e pogante, tempo di resistenza personale: 5 canzoni. Non è solo colpa loro, è anche merito di chi, in un nuovo gioco di contrasti di questa giornata di programmazione, ha messo in contemporanea uno dei concerti (o meglio set) più raffinati di questi giorni, quello di Kaytranada. Il pubblico cambia radicalmente, qui sono tutti sorrisi e teste che ciondolano, a parte qualche infiltrato che, non si sa come, riesce a organizzare un mosh pit durante un pezzo al limite del jazz. Sul palco l’elemento live è ridotto al minimo, Kaytnarada si limita a snocciolare con gusto sopraffino un po’ di pezzi in sequenza, creando una piccola riserva indiana dove ripararsi dai bruti che, a poca distanza, urlano sulla voce di Sergio Pizzorno.

Vade retro, bruto.

Siamo ormai agli sgoccioli, ma il Fib è pronto a salutare tutti con un colpo di coda finale: il rito officiato dai Crystal Fighters. Perché proprio un rito sembra, a partire dal costume e dalle pose sciamaniche del cantante, una festa che si snoda sulle note delle loro canzoni più belle, da Follow, a LA Calling, a Y&I, e che si conclude, ovviamente, con Plage e un festival intero che canta. E mentre tutti sono in attesa di un bis non concesso, l’organizzazione decidere di chiudere con stile: 10 minuti di Bel Danubio Blu, che trasformano energumeni da pub in ballerine classiche, sconosciuti impolverati in perfetti compagni di danze, animali da club in principini al ballo delle debuttanti.

Una scena memorabile per salutarci e darci appuntamento al prossimo anno.

Si ringraziano Carlos, Federico, Francesco, Sara, Veronica per la condivisione di concerti, pizze ai quattro formaggi al tonno, sessioni di trekking all’alba, Joe per il supporto psicologico, Adrián Morote Photography, Jota Martínez Fotografía, per (indovinate) le fotografie.