Parlare di Una somma di piccole cose, ultimo disco di Niccolò Fabi, non è facile. Almeno per me.
È un disco da analizzare con cautela, da maneggiare con cura.
Un disco sincero, talmente intimo da essere di tutti noi. Un disco che non travolge, ma in cui bisogna immergersi.
Un disco delicato, per nulla artificioso, mai forzato o presuntuoso.
Un disco pieno zeppo di riferimenti personali, di idee e concetti filosofici. Mai retorico, mai eccessivo, sempre essenziale e misurato.
Un disco malinconicamente catartico. Per noi, ma soprattutto per Niccolò.

Parlare di questo disco vuol dire anche (e soprattutto) parlare di Niccolò Fabi: del cantautore, dell’uomo, della persona, degli alti (quanti?) e dei bassi (tanti?) della vita di un 50enne.
Un 50enne in costante rapporto dialettico e fattuale con la vita, l’esistenza, la natura, la sofferenza e la malattia. Con l’umano.
Un Sisifo che, oggi, forse, prova finalmente ad immaginarsi felice.

Musicalmente, questo disco (scritto da Niccolò Fabi durante due mesi di isolamento e solitudine totali, immerso nella natura) è, cito lo stesso Niccolò, “un omaggio dichiarato ad autori come Justin Vernon, Sufjan Stevens e Damien Rice”. Le sonorità che ritroverete nell’album sono, infatti, esattamente quelle tipiche dei musicisti citati.
Così come molto evidenti e limpide sono le somiglianze con altri artisti, come Elliott Smith, Nick Drake, The Tallest Man On Earth e Sun Kil Moon(anche questi tutti indicati da Fabi come fonte di ispirazione).

I brani che compongono l’album sono 9: si parte con Una somma di piccole cose, canzone con cui ho anche, personalmente, scoperto questo disco.

“Scavalchiamo quei cancelli uno ad uno / Nelle cellule di un uomo è il suo destino / Abbiamo due soluzioni / O un bell’asteroide e si riparte da zero /
O una somma di piccole cose / Una somma di passi, che arrivano a cento / Di scelte sbagliate, Che ho capito col tempo / Ogni voto buttato, ogni centimetro in più / Come ogni minuto che abbiamo sprecato / E non ritornerà”.

Segue Ha perso la città, canzone dai temi precisi, ben delineati: la città, il progresso, la globalizzazione, l’ecologia, la solidarietà umana, la comunità, la vita moderna come trionfo assoluto della più cieca e becera apparenza, i significati che non trovano più spazio, uno spazio definito e compresso dai loghi-simboli degli oppressori. Trionfa la realtà in cui le parole non sono più importanti. Non hanno più valore alcuno.
Ha perso la città, ha vinto la colata di cemento e soldi, che ha sepolto il verde e il vero.
Ascoltando questo brano, ho immediatamente pensato a Quinto Anfossi, protagonista de La speculazione edilizia, romanzo di Italo Calvino.
Quinto è un intellettuale disorientato dalla modernità incombente, assolutamente incapace sia di rapportarsi con le persone e le dinamiche della società sia di capire il proprio mondo: un mondo in cui domina la logica del profitto, un mondo in cui la ricerca senza scrupoli del guadagno fagocita la natura.
In quella che lo stesso Calvino aveva definito “un’epoca di bassa marea morale”.

Il terzo brano è Facciamo Finta.

“Facciamo finta che non mi spavento / Quando arriva la fine, prima o poi capita / Facciamo finta che chi fa successo / Se lo merita / Facciamo finta che sono un eroe / E che posso volare e sconfiggere il male.”
E ancora :
“Facciamo finta che io torno a casa la sera / E tu ci sei ancora / Sul nostro divano blu / Facciamo finta che poi ci abbracciamo / E non ci lasciamo mai più”.

La bellezza salverà il mondo, mi verrebbe da dire.

Dei nove brani complessivi, alcuni sono decisamente struggenti, altri leggermente meno cupi. Tutti comunque ugualmente belli, tutti toccanti e intensi allo stesso modo.
Qualche altra parola voglio spenderla per il brano che chiude il disco, intitolato Vince chi molla.

“Lascio andare la mano che mi stringe la gola / [..] Lascio andare mio padre e mia madre / E le loro paure / [..] Distendo le vene / E apro piano le mani / Cerco di non trattenere più nulla / Lascio tutto fluire”.

Ho voluto citare questo brano perché è perfetto per rappresentare e illustrare l’atmosfera regnante in questo disco: in Una somma di piccole cose, infatti, mai regna un clima torbido, mai si respira un’aria morbosa o malsana. Pare invece dominare una certa serena accettazione della propria condizione, dei propri trascorsi umani ed esistenziali, delle vicissitudini future, delle proprie crisi interiori.
È lo stesso Fabi a definire la malinconia “un bene necessario”, aggiungendo di appartenere “a quel genere umano che prova sollievo e leggerezza quando vede rappresentata in musica la propria malinconia: è come se in quella rappresentazione trovassi il modo di reinserire il mio stato d’animo malinconico in un flusso naturale che me lo fa amare e superare, e non trasformare in depressione, rabbia o dolore.”
Il segno del tempo rimane, cantavano i Baustelle.

Niccolò oggi porta questi segni con fierezza, quasi ostentandoli, sottolineandoli. Cantandoli, appunto. Raccontandoli in e attraverso la musica.
La mia impressione è che Niccolò abbia appena concluso l’estenuante match coi propri demoni. La mia impressione è anche che, alla fine, ai punti, non ne sia uscito vincitore. Forse nemmeno sconfitto, sicuramente segnato.
Ma il punto era uscirne. L’unica cosa importante era uscirne. E uscirne vuol dire solo una cosa: imparare a gestire.
Risalire le sabbie mobili, raggiungere un’oasi, un safe place, riprendere fiato. Riacquistare il contatto con le persone, la natura, la propria vita. Tornare in sé. E qui non c’è spazio per alcuna retorica spicciola, è semplicemente vita. Ed è ciò che troverete in questo album.
Non c’è spazio né necessità (forse nemmeno possibilità) di grandi salvifici gesti. Ciò che conta e salva, ciò che ti condurrà fuori dal buio sono i piccoli gesti di ogni giorno (main theme del disco), i piccoli passi che costituiscono il famoso re-imparare a camminare. Magari per tornare a correre, un domani.

Niccolò non ha preso la prima astronave per il Pianeta Trillafon, non ha ricercato alcuna via di fuga: è rimasto qui sulla Terra a combattere la Cosa Brutta, qualunque essa fosse.
Non si è arreso e ha trovato un dottor Kablumbus in se stesso. Nella scrittura, nell’arte.
Tra i mezzi usati per risalire in superficie c’è stato sicuramente questo disco.
Una volta fuori, sceso dal ring, risalito, puoi ricominciare.
Da una somma di piccole cose.