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La scorsa settimana siamo stati all’Home Festival, quello che per molti, quasi tutti, è il più grande festival italiano, per portata di pubblico, proposta musicale (ogni anno molto eterogenea), e per l’importanza dei nomi che ogni anno figurano nella line up.

Guardando i numeri, anche quest’anno l’Home Festival è stato un successo: ben 88mila persone si sono dirette a Treviso, in zona Dogana, per potersi gustare le varie performance previste dal cartellone. Dai Prodigy, a I Cani, al Teatro degli Orrori, fino ad arrivare anche a Benji e Fede, abbiamo visto una grande festa all’aperto che ha saputo intrattenere fasce diverse di pubblico, sia per età che per gusti. Giusto quindi parlare di un successo, senza però passare sopra col paraocchi con le numerose situazioni sgradevoli avvenute durante il festival. Sia chiaro: organizzare un evento di tale portata, specie nel nostro paese, è un’impresa davvero estrema. Non è di certo il nostro intento quello di criticare uno dei pochi grandi festival che si muovono più sul modello europeo, tanto che per molti l’Home sarebbe lo Sziget italiano, semplicemente intendiamo portarvi la nostra esperienza diretta, senza filtri, anche per far sì che la prossima edizione sia ancora migliore.

L’Home Festival è quindi una realtà comunque positiva, l’unica del suo genere in Italia. Nella edizione corrente han partecipato ben 160 artisti divisi in otto palchi diversi. Parlando sempre di cifre, gli spettatori dell’Home sono passati, nelle prime edizioni gratuite, dai 27mila del 2010, dai 55mila del 2011, dagli 85mila del 2012, dai 107mila del 2013, ai 70mila del 2014 con il biglietto a 5€, per attestarsi sulle 80mila unità nel 2015 che è quasi lo stesso numero di presenti, come dicevamo prima 88mila, di quest’anno. Oltre a questo, Home Festival dava la possibilità di campeggiare in una zona adiacente che, stando agli organizzatori, verrà pure ampliata il prossimo anno.

Ora però concentriamoci sulla nostra personale esperienza.

Editors

Il primo giorno vedeva tra gli headliners principali I Cani e gli Editors, come già raccontato da Sebastiano qui. Diciamo che questa è stata la giornata più vicina a quelli che sono i nostri gusti personali, così come anche quella più vicina a quelli che mediamente sono i gusti dei lettori di Deer Waves. Purtroppo, però, a causa dell’immensa mole di persone che si stavano dirigendo in Zona Dogana a Treviso, riusciamo ad arrivare solo quando i Ministri hanno già iniziato il loro set. Dal vivo i Ministri non sono incredibilmente attenti alle sbavature, e forse in certe canzoni sono anche piuttosto sotto tono. Rivederli, però, dopo anni che non li ascoltavo mi ha fatto tornare al periodo in cui urlavo il testo di Tempi Bui. In questi giorni vive ancora forte e crudo il ricordo del terremoto che ha colpito due settimane fa il Centro Italia, come anche subiamo ancora i postumi del tremendo battage mediatico e opinionistico in merito. I Ministri lanciano un’invettiva contro certe frasi dette senza pensare, in casi come questi in cui un rispettoso silenzio dovrebbe farla da padrone. Ecco che un attimo dopo iniziano a suonare Idioti, traccia tratta dal loro album del 2015 Cultura Generale, e dedicata anche a chi in questi giorni ha evitato di tacere. Il concerto procede, pur non essendo uno dei live più memorabili cui abbia partecipato. Prima di suonare Non mi Conviene Puntare in Alto, prima traccia contenuta nel loro primo album I Soldi Sono Finiti, ringraziano caldamente il pubblico trevigiano e veneto, più in generale, per avere sempre, a loro detta, sostenuto fortemente la loro carriera.

Finita la canzone decido di fare un giro anche tra gli stand. Mi imbatto nella performance degli Inude in uno dei palchi minori, band elettronica con un sound davvero consistente. Vengono dalla Puglia e han fatto quindi un bel po’ di strada, il problema è che faccio davvero fatica a gustarmi la loro performance dato che il volume del Main Stage con I Ministri che stanno ancora esibendosi sovrasta i suoni dream pop del duo. Concentrandomi, però, mi accorgo di quanto siano una delle cose che, ripensandoci a posteriori, abbia più apprezzato dell’intero festival.

Per restare su temi simili, mi sposto nella Isko Tent dove, a breve, si sarebbe esibito Yakamoto Kotzuga. Dire che Kotzuga dal vivo sia una gran cosa è ormai banale, e ogni volta che vado a vederlo so di poter contare su un’esibizione che sicuramente apprezzerò. Alle sue spalle i visual estremamente curati, che ad un certo punto sembrano mandare immagini riprese da una telecamera endoscopica, e che alternano immagini che ben si legano con l’elettronica elegante dell’artista. Esco felice dalla Isko Tent e mi accorgo che, in lontananza, dal Main Stage, arriva la voce di Contessa che scandisce le parole di Questo Nostro Grande Amore. E’ il live de I Cani, ed è già iniziato, a ricordarmi anche che queste saranno giornate frenetiche come quasi sempre succede ai festival in generale. A parte qualche imprecisione sul testo, appunto, di Questo Nostro Grande Amore, Contessa e i suoi mostrano quanto ormai i palchi grandi o piccoli non fan differenza per loro. A fare però, in negativo, la differenza sono una gestione abbastanza poco comprensibile dei volumi, con degli alti gestiti non benissimo, e un pubblico forse non sempre e non tutto all’altezza del live che I Cani provano a fare. Ma è un festival lungo e pieno di esibizioni, sono cose che possono starci. Lexotan, come spesso accade, chiude l’esibizione di Contessa e soci, e siamo tutti in attesa degli Editors.

I Cani

La band appare sul palco sull’arpeggio elettronico di No Harm, e la calda voce di Tom Smith si inserisce tra la drum machine e il tappeto sonoro, facendo capire al pubblico che il momento per cui quasi tutti eravamo lì era finalmente arrivato. Il falsetto prima, il basso duro sul riff e il pubblico esplode, finalmente. Il concerto prosegue mentre, dopo poche canzoni, ci passano di fianco correndo due persone, inseguite dai membri della security e da altre persone. Decidiamo di non curarcene più di tanto. Come Sebastiano diceva nel suo report del primo giorno, il live della band inglese non è assolutamente da bocciare, al netto del fatto che anche dal vivo le canzoni nuove non ci sono sembrate non il massimo, così come già ascoltandole da disco. Uno dei momenti che più aspettavo e aspettavamo era Papillon e tutti, io compreso, ci siamo messi a gridare il testo a memoria. Il live finisce con Marching Orders, come anche in quasi tutte le altre date del tour.

Editors

Decido di dirigermi verso il palco de La Grande V, principalmente per potermi sedere alle panchine e trovo ad esibirsi i Go March, gruppo belga che mescola atmosfere elettroniche a parti di chitarra prima più tranquille, poi leggermente più esplosive alla Mogwai. Il tutto condito da un bel po’ di feedback, che è una cosa che ho sempre apprezzato. Sarà stata la stanchezza ma nell’ultima traccia ho trovato anche qualche leggera analogia con i Phantogram. Finisce così la prima giornata di Home Festival, particolarmente positiva (forse la più positiva personalmente).

Il secondo giorno, dopo qualche incomprensione all’entrata, riesco a superare i numerosi filtri di controllo che l’Home Festival ha organizzato per evitare problemi di vario genere al suo interno. Mentre da fuori, alle file, si sente un po’ di tensione e vola qualche parola grossa, da dentro sento arrivarmi i monologhi di Capovilla, segno che il Teatro Degli Orrori ha iniziato la loro esibizione. Cerco di sopravvivere alla cosa e arrivo incolume alla loro Majakovskij, canzone che conosco più delle altre solo per il fatto che cita, appunto, il poeta russo e rimanda mentalmente a Carmelo Bene, la cui storica interpretazione di All’Amato Me Stesso è per molti un punto di riferimento. Anni di meme, poi, sull’attore italiano hanno fatto il resto. Mi guardo intorno e mi accorgo che il pubblico della giornata di oggi è davvero quello che raccoglie più tipi umani rispetto agli altri giorni: tra gente che sicuramente affolla i blog di Tumblr, gente con i tacchi e gente vestita di nero e con la matita pesante intorno agli occhi (leggasi metallari, e non credevo di dover usare questa parola nel 2016), sono davvero sociologicamente affascinato.

L’esibizione successiva nel main stage è stata una delle esibizioni più apprezzate dal pubblico, tra quelle che il festival ci ha portato. Il live di Alborosie ha raccolto il consenso di moltissimi ascoltatori casuali, come anche, testimoniato dai cori che ripetevano i testi del cantante, erano presenti moltissimi fan. Il live di Alborosie è per il fan del genere un momento davvero positivo, come anche sottolinea la regola secondo la quale molti generi che magari non ti piacciono, se ascoltati live e portati da gente che sa quello che fa, possono comunque lasciarti delle sensazioni positive durante l’esibizione. Una delle cose che più mi ha colpito è che, a parte in un momento, Alborosie e la sua orchestra, nella quale tra gli altri secondo me spiccava il batterista, non si sono fermati nemmeno un secondo. Ovviamente non perde l’occasione per lanciare messaggi relativi al culto rastafariano, alla volontà di poter avere un mondo più verde e più pacifico, e ci ricorda anche che questa è la loro 45ma esibizione durante il loro tour estivo.

dis alborosie

Terminato il live di Alborosie mi appresto, ingenuamente, a guadagnare le prime file per veder da più vicino il main event della serata e forse di tutto il festival: il live dei Prodigy. Attesi in scaletta per le 22.15, iniziano a suonare dopo quasi 40 minuti di fisiologico ritardo, e intorno a me la gente, forse poco abituata ai concerti, iniziava ad esser spazientita. Su una versione diversa da quella dell’OST di Arancia Meccanica del Funerale della Regina Maria, ecco che si palesano finalmente i Prodigy. Già alla prima canzone il pogo molto violento inizia a mietere le prime vittime, e tra le prime file si era più preoccupati a restare in piedi che ad ascoltare il live. Complice una condizione fisica non adeguata, decido di abbandonare la lotta delle prime file e di imbarcarmi verso un lungo e periglioso viaggio verso l’esterno della folla. Con me, altri sfortunati, provano la ricerca di una via di fuga. Non appena riesco a guadagnare l’esterno del tumulto, mi imbatto in un Pierpaolo Capovilla anche lui non proprio in condizione, ma per motivi ovviamente diversi. Mi spiega, in un inglese stentato, che il live dei Prodigy non gli sta piacendo per niente, mi prende il telefono credendo di fare un video e inizia a lamentarsi ancora della band. Intanto, sul palco, Keith Flint e i suoi procedono come dei treni, con una scaletta che tocca non solo i pezzi del loro ultimo album, ma anche e ovviamente i grandi classici del gruppo. Smack My Bitch Up va ad anticipare l’encore, accompagnata ovviamente dal delirio sul palco e, sopratutto, sotto al palco. Il live termina tre canzoni dopo, con una Take Me To The Hospital che per molti dei presenti è emblematica.

dis prodigy

Vado alla Isko Tent per il Dj set dei Pendulum. Ci han fatto un viaggio nel tempo mantenendo nel set anche pezzi non proprio recenti, partendo appunto con un mashup tra Tarantula e Bonfire dei Knife Party, side project di due dei loro membri. In generale un bel set con molte delle loro canzoni più famose, mettendo tanta drum and bass per ricordarci anche che questo è l’anno della loro reunion. Anche se sarebbe stato più bello vederli fare un live vero e proprio più che un dj set. Ma al pubblico questo è interessato relativamente, han ballato dall’inizio alla fine e si son goduti il tutto, e con ancora i bassi che mi vibrano in testa torno a casa abbastanza soddisfatto dalla giornata.

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Il terzo giorno di live all’Home Festival inizia, per me, molto presto. Già al soundcheck di Fabri Fibra, una delle esibizioni più attese del giorno insieme a quella di Martin Garrix, o a quella degli Eagles Of Death Metal. Fuori dall’Home le file sono colossali, dentro il caldo e il terreno sabbioso fa sembrare la zona la superficie di Venere. Al Circus, intanto, riesco a vedermi anche il soundcheck di IOSONOUNCANE, che si esibirà quella sera proprio in contemporanea agli Eagles Of Death Metal: decido in quel momento che andrò a vedere proprio lui dal vivo, a discapito della band americana. Intanto arriva il gate opening, e la prima esibizione è quella di Fred De Palma. Il tema principale del live è che non fotti con FDP, e lui cerca di ricordarcelo di continuo. Tra i vari extrabeat il giovanissimo pubblico è in visibilio, ma se ammettessi di aver capito anche solo una parola mentirei. Per carità, in freestyle Fred De Palma non è male, anzi. I suoi pezzi, però, mi son sempre sembrati un po’ deboli e oggi, complice anche una forte distanza sia tra me e i temi sia d’età tra me e il suo target di pubblico, faccio abbastanza fatica a farmelo piacere.

Subito dopo, in questa giornata che ci regalerà una specie di hall of fame del rap italiano, si esibisce Gemitaiz. Nel suo live, a differenza di quello di Fred De Palma prima e quello di Fibra poi, è accompagnato da una band con la quale ha creato degli arrangiamenti interessanti per alcune delle sue canzoni più famose. La folla impazzisce al punto che si alza un polverone paragonabile a certi banchi di nebbia novembrini, e la doppietta Haterproof 2 e Black Mirror sono i due momenti più apprezzati sia da me che dal pubblico tutto (specie anche per l’arrangiamento leggermente punk di Haterproof 2, appunto).

Arrivo al live di Fabri Fibra che, per intercessioni di vario genere, riesco a seguire dalla vetta del condominio promozionale della Red Bull. Il live, anche qui, essendo anche il decennale da Tradimento, è basato principalmente sui pezzi di maggior successo di Fibra. Già dalle prime tracce però sembra aver sempre più bisogno di tirare il fiato, anche se per le ultime tracce, tipo appunto Applausi Per Fibra, ha saputo tirare su la cosa. Pur barcollando ogni tanto, pur dovendo far lunghe pause tra una canzone e l’altra, ha saputo comunque caricare a mille un pubblico che lo ha seguito dalla prima all’ultima canzone. E anche io, devo dire, che ho cantato volentieri quelle che mi ricordavo.

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Sul successivo live di Salmo, anche lui accompagnato dalla sua band e da uno stuolo di fan non indifferente, si è scritto parecchio sui social accusandolo di aver “attentato” in un certo senso alla vita dei presenti. Il fatto che, al netto della poserata, fare un piccolo wall of death che ha richiesto ben 4 o 5 minuti di preparazione che avrebbero permesso a chiunque di allontanarsi, sia un così grave problema e una colpa da ricondurre addirittura all’artista, mi sembra eccessivo. Per quanto riguarda il concerto in sé, Salmo conferma per l’ennesima volta il suo passato lontano dall’hip hop e, tra alcune canzoni dei primi lavori e alcune dell’ultimo non riuscitissimo Hellvisback, non è comunque riuscito ad impressionarmi particolarmente.

Con la fatica di chi è da una giornata intera che prova a fare il giovane tra i giovani e bombardato di musica per giovani, mi dirigo finalmente al Circus dove, forse anche come fattore terapeutico, ad aspettarmi c’è il live di IOSONOUNCANE. Apre ovviamente con Tanca e i bassi potenti, la sabbia alzata all’esterno che dentro crea una coltre che ti secca la gola, i testi che ci portano su calde spiagge e sui campi al sole, generano un’atmosfera davvero totalizzante. I cinque musicisti sul palco, tra cui la corista, ci accompagnano tra le note principalmente dei pezzi del suo amatissimo DIE, per toccare anche, seppur riarrangiate, un paio di tracce da La Macarena Su Roma.

Nel main stage intanto sta suonando Garrix. Il suo set era poco c’entrato sulla sua musica, per quanto abbia pompato tantissimo su Tremor, ma sembra abbia deciso di lasciar fuori il suo lavoro da produttore per presentarsi come intrattenitore. Più che un live, per quanto avesse certi cambi molto ben studiati, sembrava una festa studentesca e così anche si vedeva dalla composizione del pubblico. Ad un certo punto appare pure Fedez che, a questo punto, mi fa ironicamente pensare che forse dietro a Zedef, suo progetto elettronico, ci possa essere la consulenza proprio di Garrix.

Finito il dj set, stanco e sfatto mi dirigo a casa per riposare in vista dell’ultimo giorno, il quarto, di Home Festival 2016.

Quarto e ultimo giorno di live all’Home Festival e quarto e ultimo giorno, almeno fino alla pioggia serale, di sole cocente a Treviso. La giornata è forse la meno compatibile con me e con Deer Waves in generale. Ma a noi la musica piace a tutto tondo, in ogni sua sfaccettatura, anche negativa.

Arrivo durante il soundcheck di Max Gazzè, anche se Gazzè non mi sembrava di vederlo sul palco. Fuori, intanto, già dalle otto del mattino, sono presenti in fila e al caldo moltissimi genitori che accompagnano altrettanti moltissimi giovani, qui per vedere principalmente il live di Benji e Fede. Viste le facce di molti degli accompagnatori, provo ad avvicinarmi e chiedere loro qualche parere in merito alla giornata. Le risposte ve le lascio immaginare: molto nervosismo, sopratutto a detta di molti nei confronti dell’organizzazione che, non si è ben capito per quale motivo, abbia deciso di posticipare l’apertura dei cancelli dalle 15 alle 17, e che ha deciso (mi hanno riportato) di portare loro dell’acqua solo poco prima del via libera.

Su Benji e Fede e sul loro live penso ci sia poco da dire: è come se avessero preso gli Studio 3 e li avessero fusi con gli Zero Assoluto per generare un mostro bicefalo ben pettinato e con atteggiamenti da Youtube Star. E’ la loro ultima data del 2016 e, a quanto dicono, stanno per uscire con un nuovo disco del quale, però, non sanno ancora il titolo. Uno dei pochi momenti che davvero ho apprezzato è quando hanno ringraziato i genitori torturati non solo dall’attesa ma anche dal loro live (hanno usato proprio la parola torturati).

Di seguito al main stage si esibisce Coez, che porta con sé un bagaglio di rap melodico che strumentalmente può anche sembrare passabile, ma che nell’insieme supero con una forte noia. Unico momento in cui mi desto dal torpore, più che per la cosa in sé per la sorpresa, è quando inizia a suonare una cover di Cosa Mi Manchi A Fare di Calcutta, e devo dire che ha saputo suonarla davvero bene, forse anche meglio di quanto l’originale renda dal vivo.

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Intanto alla Jack Daniel’s Area mi avvisano che a breve ci sarebbe stata la conferenza stampa di Max Gazzè, che però è saltata mi dicono perché mancassero i microfoni per farlo parlare. Poco dopo inizia il suo live, e la tastiera di La Favola di Adamo ed Eva suonata in apertura diventa un trapano nelle nostre teste a causa, anche qui, di una scelta poco sensata da parte dei tecnici del suono. Il live prosegue tra molte canzoni non eccezionali, qualche altra che non conoscevo, e i momenti in cui Gazzè e la sua band sfoderavano i pezzi più famosi per la gioia mia e del pubblico. Con l’incursione di un attore vestito da prelato durante Sotto Casa, e con Una Musica, il cui outro mi è sembrato durasse mezz’ora, si chiude anche il live di Max Gazzè.

Per vari motivi oggi molte esibizioni si sovrappongono, rendendo difficile seguire il piano che mi ero fatto. Corro al Circus, dove han già iniziato, seppur da poco, i Be Forest che mi investono con un poderoso e caldo muro del suono. Sono in tre sul palco, e il bassista sfoggia una camicia blu con in bella vista una grande toppa col logo della Nasa. Tra i riverberi e i timpani, tra una canzone più tranquilla condita da qualche arpeggio, e un’altra con dei ritmi più sincopati, passo davvero un bel momento. Uno spettacolo davvero positivo, che riesce addirittura a farmi provare i brividi.

Finita l’esibizione dei Be Forest cerco di dirigermi verso uno dei palchi minori sapendo che i Landlord, che avevo visto e apprezzato durante il soundcheck, si stavano già esibendo (anche a causa di uno spostamento nella scaletta). Intanto aveva iniziato a piovere e tirava un vento le cui folate, ogni tanto, sembravano poter mettere in difficoltà la tenuta di alcuni stand e di alcuni tendoni. Una volta arrivato al Tour Bus, scopro che i Landlord han dovuto fermare la loro esibizione a causa proprio della pioggia che iniziava a cadere.

Un po’ amareggiato, arriva per me il momento in cui si sarebbero esibiti i 2Cellos. Devo essere sincero: a me loro non piacciono, al netto dei discorsi che si possono fare sulle loro capacità in quanto musicisti, e mi han sempre fatto pensare a loro come ad una specie di cover band per ricchi. La loro esibizione, però, parte bene, forse più per l’insieme che per la musica in sé. Sotto la pioggia, colpiti dal rosso dei fari, i 2Cellos iniziano a suonare uno dei temi più famosi di Morricone, contenuto nel film del 1986 The Mission, nel silenzio generale. Poi, però, iniziano a fare le solite cover, e mi sembra di essere capitato nella trasposizione nel mondo reale di certe playlist di Youtube piene di renditions di canzoni famose. Dal canto loro i 2Cellos arringano bene il pubblico, parlando un italiano anche simile a quello che negli anni abbiamo sentito scandire dai vari piloti stranieri in Formula 1, tra battute e giochetti sia con la musica che con gli strumenti. Riescono anche a far cantare i Rolling Stones al pubblico, intonando volutamente in modo stonato la prima frase del ritornello di Satisfaction. Chiudono con una cover di Avicii e io me ne vado un po’ deluso perché, tra le cover, ho sperato fino all’ultimo che facessero una canzone che potesse piacermi.

Alla Isko Tent si stanno esibendo i Dubioza Kolektiv, un gruppo crossover che mescola lo ska, all’hip hop, alla musica balcanica e, ogni tanto, provano ad aggiungerci pure qualche drop che fanno il verso alla dubstep. Sul palco, con loro, si esibisce alla tromba niente meno che Roy Paci. La gente salta, alza le mani, si diverte, io stanco sono appoggiato lateralmente ad una delle transenne fino a che uno dei cantanti mi nota e invita anche me ad aggiungermi alla festa del pubblico. Obbedisco per qualche secondo. Probabilmente l’unico vero momento che ho coscientemente davvero apprezzato è stata la loro cover di Rockafeller Skunk. Nel delirio generale si chiude la loro esibizione, e gli stand e i palchi iniziano già ad esser smontati mentre la folla inizia ad affollare le uscite e i parcheggi.

Mentre due membri della security mi invitano non proprio gentilmente ad uscire, nell’area backstage sento i Dubioza e Roy Paci, probabilmente accompagnati da altri musicisti, iniziare a fare festa con i loro strumenti, invitando anche i membri dello staff del Festival e della stampa a partecipare.

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Se vogliamo tracciare un bilancio dell’Home, come in parte abbiamo fatto già nell’introduzione, non si può assolutamente negare che i numeri giochino a loro favore, a confermare quello che continua ad essere un grande successo di pubblico. Possiamo però sindacare sulla scelta della line up, ovviamente, ma sarebbe una questione relativa principalmente al nostro gusto personale e non tanto alla qualità del Festival in sé. Per cui mi sento di promuovere la mia esperienza personale all’Home, sperando che il prossimo anno possa vedere più artisti compatibili con quello che posso trovare dentro le nostre playlist di Spotify.