morrisseyEtichetta: Harvest Records/Capitol
Anno: 2014

Simile a:
SuedeBloodsports
The Divine ComedyBang Goes the Knighthood
Johnny Marr The Messenger

Quanta ironia c’è nel chiamare un album World Peace Is None of Your Business? Veramente tanta, soprattutto se pensiamo che il titolo viene dalla mente meravigliosa, controversa, eccessiva del signor Morrissey. Tra problemi discografici e di salute bisogna risalire al 2009 per trovare l’ultimo arrivato in casa Moz: era il riuscito Years of Refusal che riconfermava l’ispirazione del nostro in flusso continuo dopo la parabola discendente della seconda metà anni 90 (di quel periodo ricordiamo perlopiù, e con una risata, l’imbarazzante copertina di Malajusted e ben pochi momenti musicali degni della statura dell’artista).

Pensavo che la titletrack fosse una sparata ad alzo zero di godibile cinismo rivolta ancora una volta contro gli artisti impegnati; servono precedenti? Basti pensare alle opinioni espresse riguardo al carrozzone umanitaristico Band Aid. E invece è una sparata ad alzo zero di stampo anarcoide verso il cittadino borghese standard. Niente di profondo, per carità, ma qualche verso apprezzabile permeato della solita ironia, World peace is none of your business, so would you kindly keep your nose out. Stilisticamente si colloca nella scia dei classici mid-tempo mozziani dall’andamento languido e dalla voce vagamente lamentosa più che sferzante, nonostante i contenuti, un po’ alla maniera del vecchio classico America Is Not the World. Quel genere di canzone, non innovativa, non originale ma che compone buona parte dei migliori momenti del Morrissey solista: Boz Boorer non sarà Johnny Marr ma da due decenni ne è un sostituto più che onorevole. Segue sulla medesima scia Neal Cassady Drops Dead, trovandosi qui un accento più forte sulla chitarra elettrica alla quale viene concessa qualche sfuriata.
Terzo brano, terzo centro, I’m Not a Man è un brano in lento crescendo di sette minuti che, quando sta per trovare il suo climax si blocca, lascia spazio alla sola voce di un Moz particolarmente spavaldo (e quando mai è schivo e riservato?) nel declamare la propria identità e la propria etica; se essere un Wise-ass, smart-ass, workaholic, thick-skinned, two-fisted hombre significa essere un Uomo, l’autore se ne distanzia, I’m something much bigger and better than a man.
Istanbul, primo singolo estratto, suggersisce vaghe dimensioni mediorentali senza però farsene coinvolgere più di tanto; le suggestioni rimangono modeste e non caratterizzano più di tanto. In compenso il brano è ben fatto anche se manca un po’ di “tiro” in più, sembra ci sia un freno non completamente rilasciato che trattiene Istanbul, comunque una sicura presenza fissa nelle setlist del prossimo tour. Se una volta La vita era un porcile stavolta abbiamo Earth Is the Lonliest Planet, non pare sia molto migliorato l’ottimismo di Morrissey nei confronti della vita e del mondo. La musica è costruita su un tappeto di commistione fra la chitarra elettrica e la chitarra flamenco, che fra le due dirige l’andamento lasciando solo spazio marginale all’altra sei corde: una soluzione bizzarra ma che trova il suo essere in un’antinomia decisamente auto ironica.
Kiss Me a Lot è uno scoppio di energia istrionica con un ritornello volutamente sopra le righe a livello vocale, stemperata subito dopo dalla quiete acustica di Smiler with Knife che a sua volta bilancia un arrangiamento minimale con l’evocazione di immagini inusualmente dirette e quasi sanguinarie per un lirismo e una poetica che hanno quasi sempre preferito il non detto al detto.
Autentico inno anti-matrimonio è Kick the Bride Down the Aisle; di nuovo magnifici, dolci giri di chitarra (c’è spazio per una felice apparizione di flamenco durante il bridge) e invettive sarcastiche, Look at that cow in the field, It knows more than your bride knows now.
Segnalazioni negative in dirittura d’arrivo: curiosamente l’accoppiata finale non è proprio da capogiro: Mountjoy è sorretta da una chitarra strimpellante e poco altro per cinque minuti, non è brutta ma troppo lunga per quel poco che offre. Da ascoltare con attenzione invece il testo, con Google alla mano per scoprire che Mountjoy è la più grande prigione irlandese, dove sono stati detenuti vari capi dell’IRA. Diventa una delle poche, a conti fatti, discese politiche in campo a tutto tondo della carriera di Moz, con frecciate precise al potere giudiziario britannico: Many executed here By the awful lawfully good, But the only thing that makes me cry Is when I see the sky; il gioco però non vale la candela e, pure analizzata con attenzione, Mountjoy fa fatica a colpire emozionalmente. Oboe Concerto è una riflessione agrodolce sull’età che avanza: The older generation have tried, sighed & died Which pushes me to their place in the queue ma anche qui i versi si rivelano più interessanti della musica, scialba e poco ispirata.

Pen is migthier than the sword, recitava una sua celebre t-shirt qualche anno fa e la stessa penna continua a tracciare bozze di quattro minuti dense di feroce ironia e autoironia, disprezzo e pietà per le miserie umane e non umane, per quelle dell’autore stesso in primis. Per la decima volta, è sempre la stessa storia: prendere o lasciare, amare o disprezzare, è difficile prendere mezze misure con il ritorno del Pope of Mope. Io amo, di tutto cuore.

Tracce consigliate: World Peace Is None of Your Business, I’m Not a Man