We’re going to bring guitar music back from the abyss

È così che Serge Pizzorno ha esordito in un’intervista a NME un paio di mesi fa, un’affermazione dai toni forti e presuntuosi che ci ha fatto sghignazzare un po’ tutti quanti. E non solo perché per dimostrare la sicurezza dei propri mezzi, una decina di giorni fa il gruppo ha deciso di posticipare l’uscita del disco di una settimana perché sicuri di essere surclassati sotto ogni punto di vista (vendite su tutti) da Humanz dei Gorillaz.

Giunti al sesto album, dopo la svolta elettronica di 48:13, i Kasabian riprendono in mano le chitarre per sfondare il culo a tutti quanti e riportare in alto il rock, quello vero – così dicono. E lo fanno davvero perché le chitarre le hanno riprese in mano e il rock l’hanno pure fatto, peccato che il volo che vorrebbero spiccare si schianti subito contro un muro chiamato umiltà.

Il disco suona come una compilation di brani dedicati a un determinato periodo storico-musicale con il pop-rock dei Beatles (Good Fight e All Through the Night), lo spaghetti-western di The Party Never Ends, la disco-music di Are You Looking for Action?, il reggae di Sixteen Block, il funk di Wasted, l’indie di You’re In Love With A Psycho che esplode nello stoner rock di III Ray (The King) – quest’ultima ripropone lo schifo prodotto dai Bloc Party in Ratchet.

Sicuramente in tutto questo meltin-pot non manca il ritmo perché il piede lo si batte sempre (ovvio, c’è cassa dritta ovunque, ndr), ma niente di tutto ciò può aspirare a diventare qualcosa di meglio di una delle tante canzoni della playlist FIFA 18. L’unica a salvarsi è forse You’re In Love With A Psycho che, rifacendosi ad un brano qualsiasi dei Kaiser Chiefs, ci fa tornare in mente che un tempo eravamo tutti felici e contentindie. Aggiungetela tranquillamente nei vostri dj-set e alle playlist indie di Spotify ;)

For Crying Out Loud è un disco senza umiltà, senza un filo logico, troppo eterogeneo e incasinato, ma studiato furbamente per far gasare chi non ha mai ascoltato un disco indie degli anni ’00 e far pogare i ragazzini o gli ex-indie (che non sanno evolversi) ai festival estivi indie pop.