Eccoci giunti al terzo capitolo della saga di Firenze e la Macchina (un rapporto peraltro complicatissimo) aka Florence + The Machine, dopo un silenzio di ben quattro anni. Nel mentre ne sono successe di cose, la musica si è in un certo senso evoluta, abbiamo cambiato tre governi, gli Hipster hanno abdicato in favore degli Yuccies, Zanetti ha smesso di giocare a calcio, ma avremo sempre e comunque una certezza: Florence Welsh non smetterà mai di urlare. Avevamo imparato a conoscerla coi singoloni del debutto, come Dog Days Are Over e You’ve Got The Love, l’avevamo ritrovata con le più strazianti Spectrum e Shake It Out; nel mentre c’è passato anche un remix di Calvin Harris (e vabbè…), ed ora la ritroviamo con un album che si pone in una via di mezzo fra la leggerezza di Lungs e la tragedia di Ceremonials.

How Big, How Blue, How Beautiful è appunto il terzo lavoro della carriera di Florence, album partorito dopo un periodo di completo breakdown. Durante il periodo no della cantante, pare che il produttore stesso le abbia detto di prendersi tutto il tempo possibile ma di smetterla, per favore, di scrivere canzoni sull’acqua; per la cronaca il produttore è niente meno che Markus Dravs, che fra gli altri ha lavorato con Arcade Fire, Björk e Brian Eno. Detto fatto dunque, la opening track si chiama proprio Ship To Wreck, che si apre con un giro di chitarra à la REM per esplodere nel ritornello; le tematiche appaiono subito strane ed inquietanti, fra un naufragio, gli psicofarmaci, l’alcool e le balene: Florence ha passato un periodaccio e l’album ne è senza ombra di dubbio il lascito. Molto più cupo è invece il singolo che aveva preceduto la release, What Kind Of Man, che vede la contrapposizione di un intro funebre, un ritornello con molto poco tiro ed un uso della chitarra elettrica per nulla azzeccato alla potenza della voce della bella rossa. How Big, How Blue, How Beautiful è anche il nome della terza traccia, forse la più pura e vicina allo stile del gruppo, coi fiati a sostenere i vocalizzi ed una struttura compositiva molto più fluida rispetto ai due episodi precedenti. Tornando alle tematiche che hanno riguardato la stesura di questo album, eccone un’altra evidenza nell’intima Various Storms & Saints (“I don’t just stand outside and scream / I am teaching myself how to be free”) come anche in Delilah. Il tenore dell’album rimane comunque sempre in un limbo tra la disperazione contenuta e una leggera euforia, senza mai sbilanciarsi: si prenda ad esempio Caught, una allegra canzonetta (squisitamente pop) in cui Florence però non sembra mai eccedere, ma anzi in cui ogni strumento sembra calibrato a puntino. Degna di nota infine è l’intrigante Mother, in cui un riff di percussioni e chitarra, in chiave blues, fa da sfondo perfetto per il caratteristico crescendo della band.

How Big, How Blue, How Beautiful risponde solo per un terzo alle aspettative del suo titolo: è sì molto big con un’ora e dieci di ascolto, è molto poco blue visti i diktat imposti dall’alto, e non è purtroppo definibile beautiful. Al loro terzo appuntamento, Florence + The Machine tirano un po’ il freno a mano alla loro crescita artistica, stabilizzandosi su un sound che non farà mai dire “che schifo quest’album” ma che allo stesso tempo non li consacra tra i grandi autori di questa decade.

Traccia consigliata: Mother

Florence + The Machine – How Big, How Blue, How Beautiful

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