DIIV-Is-The-Is-Are

 

Pochi gruppi dividono gli ascoltatori come i DIIV: chi li ama li considera naturali prosecutori della scena dream pop/shoegaze, mentre per i detrattori risultano oltremodo derivativi e ridicoli nelle loro mise da clochard.
Sopravvalutati o meno, in un loop che appare a prima vista indecidibile, la band è da diversi anni al centro dell’attenzione della scena alternative di oltreoceano e non solo. La genesi di Is The Is Are inizia in un giorno di Settembre del 2013 a New York, quella che sembra una giornata di ordinaria routine si trasforma in un turning point della carriera: Zachary Cole Smith viene fermato da due agenti mentre era alla guida del suo furgone (direzione Basilica Soundscape) nel quale vengono rinvenute ben quarantadue bustine di eroina, mentre la compagna, Sky Ferreira, sorpresa in possesso di ecstasy, opponeva resistenza all’arresto; peraltro la licenza di guida del frontman dei DIIV era tutt’altro che in regola. Di lì a breve il tafazzismo della band raggiunge vette inarrivabili, con il bassista Devin Perez accusato di offese sessiste e omofobe in rete, mentre il batterista Colby Hewitt veniva cacciato in malo modo dal gruppo a quanto pare per problemi di tossicodipendenza e di scarsa professionalità. Quella di Cole sembrava la classica parabola discendente del bellino dannato (già modello per Hedi Slimane), ricalcando in diminutio quella dei suoi idoli Elliott Smith e Kurt Cobain. Con un progetto nato senza pretese e che ha visto il quintetto passare da esibizioni per pochi intimi a Brooklyn a firmare un contratto per la Captured Tracks e diventare uno dei gruppi di riferimento della scena newyorchese, le aspettative crescenti devono avere schiacciato Smith e i suoi sodali, incapaci di scrivere brani e sempre più ectoplasmici in sede live, il cui consumo di stupefacenti cresceva a livello esponenziale. La situazione era diventata insostenibile e vicina a un punto di non ritorno, così nel gennaio 2014 il cantante decide di chiuderla definitivamente con l’eroina, passando undici interminabili giornate in riabilitazione presso una clinica del Connecticut (infrangendo il precedente record di permanenza di sette giorni). La degenza è accompagnata dalla lettura della biografia dei Nirvana Come As You Are e dalla dolce compagnia di Sky Ferreira (completamente scagionata da Cole dalle accuse di droga): è proprio in questi frangenti che il frontman capisce che la sua unica speranza di redenzione è riposta nella musica, nell’uscita del sophomore dei DIIV.

Hear is their.
Story, we is you .
Is the is are.

Is The Is Are è il titolo della seconda fatica del quintetto di Brooklyn, ispirato da una delle oltre cinquanta brevi poesie scritte dall’illustratore parigino – totalmente a digiuno di inglese – che ha curato l’artwork dell’album. Se Oshin rappresentava una dichiarazione d’intenti dei DIIV, il manifesto programmatico della poetica musicale di Smith, dotato di una coerenza sonora che investiva tutte le undici tracce, con un filo conduttore caratterizzato da chitarre e voci ultra riverberate, groove motorik con pochi fronzoli a scandire il ritmo, questo secondo capitolo è decisamente più vario sul profilo musicale: stavolta il trait d’union è da ricercare nei testi, grandi assenti nell’album di esordio. Come spiega Zaccaria: Nel primo album i testi erano secondari, volevo attirare l’attenzione dell’ascoltatore grazie a semplici canzoni pop. Quando sei un artista emergente hai pochi secondi per farti apprezzare, non appena raggiungi una certa notorietà, il pubblico diventa più paziente ed è disposto ad aspettare per diversi minuti e con maggiore attenzione l’evoluzione dei brani. Ho deciso di approcciarmi in modo diverso alla composizione, allo stesso modo di Sky adesso preferisco concentrarmi sui testi. Questo album, omaggio a Tusk e Tago Mago tra gli LP preferiti da Smith, è un lungo excursus nel vortice delle dipendenze e anche un tentativo di indicare una via di uscita da questo tunnel, nel caso specifico rappresentata dall’affetto di Sky Ferreira.
Si comincia subito con una triade di brani molto melodici quali Out Of Mind, Under The Sun e Dopamine, con chitarre sempre abili a intrecciarsi e a creare un chiaroscuro di texture sonore gradevole e orecchiabile. A spezzare questa linearità interviene Bent (Roi’s Song), brano nel quale Cole prova a scendere a patti artistici con la propria inquietudine e che ricorda molto le atmosfere cupe del debut album; Blue Boredom, è una traccia decisamente inaspettata, con il cantato di Sky Ferreira che attinge stilisticamente dalla Kim Gordon di Shadow Of A Doubt. Se Valentine sembra un brano pop scritto da un altro Smith (Robert), Dust (già in scaletta live da diversi anni) e Mire (Grant’s Song) sono tra i pezzi più ruvidi e distorti che i DIIV abbiano mai scritto, autentici riflessi sonori del malessere interiore del frontman. La parte centrale dell’album contiene alcuni tra i brani più accattivanti: Take Your Time e You’re Not Far elevano la malinconia a cifra stilistica, intrisi di feels e di una patina eighties, la title track è un nemmeno troppo velato omaggio ai Neu! Loose Ends è la classica ballad smielata che ti entra in testa e difficilmente ti lascia.
Is The Is Are è un caleidoscopio di sonorità, dove convergono elementi dream pop, shoegaze, atmosfere surf e krautrock con una naturalezza disarmante a testimoniare il background estremamente vario della band, a proprio agio nella dimensione minimale; minimalismo che si dimostrava forse più naturale alla struttura introspettiva dei pezzi di Oshin piuttosto che al songwriting nervoso del sophomore (del resto lo stesso Smith si definisce “un pessimo storyteller”). Comporre un lavoro così massiccio comporta dei rischi: qualche traccia appare ridondante e i due intermezzi Fuck e Napa potevano essere approfonditi meglio, tutti aspetti che rendono questo album semplicemente un ottimo sequel, non probabilmente il manifesto generazionale al quale l’autore ambiva. Is The Is Are è la compagnia ideale per una giornata nebbiosa, un’ideale soundtrack mentre si passano in rassegna i momenti dolci e amari della propria esistenza nonché l’album più personale mai scritto da Zachary Cole Smith.

Tracce consigliate: Under The Sun, Take Your Time