Si aspettava tutti e tanto quest’album, o almeno io e i fan della band di Turner. Avevano caratterizzato positivamente ogni uscita discografica con un cambio di immagine e sound sempre riuscito. Dai teaser, i video dei live e i singoli si incominciava ad intravedere AM come un ennesimo cambio di stile, stavolta però più rischioso degli altri.

L’album è arrivato. Si conoscevano solo R U Mine, conferma dell’influenza enorme che ha avuto Josh Homme sulla band di Sheffield, o secondo il parere del sottoscritto soprattutto su Alex Turner, poi Do I Wanna Know – primo singolo- e Mad Sounds tramite i live che intanto la band stava tenendo in giro per il mondo.

Josh Homme, eh bello di casa. I fan più coglioncelli gli direbbero “RIDACCI GLI ARCTIC DI WHATEVER etc,etc!! MARDY BUM BELLISSIMA!!”, io invece gli dico che ciò che aveva fatto in Humbug era ottimo. Dopo due album, pienissimi di pezzi ormai generazionali, aveva fatto discostare i ragazzi inglesi dall’immagine di Beatles dell’indie rock. L’ha buttati nel deserto e loro hanno cacciato da lì suoni cupi e psichedelici davvero buoni. Non sono mancate in tutti gli album le ballate di Turner, ritenuto giustamente un ottimo paroliere con un stile riconoscibilissimo. E anche qua in AM le ballate ci sono, ma ne riparleremo tra poco.

Perché prima c’è Suck It & See, ancora cambio d’immagine. Tutti impomatati e amanti dell’America On The Road. L’album poteva prendere in contropiede all’inizio ma si difendeva bene, essendo costruito sia da pezzi tirati che dalle romantiche ballate del bell’Alex.
Ma qua in AM, Alex , hai esagerato. Hai 27 anni perché ti atteggi da uomo maturo che non sei, non sei Elvis, ti sei imborghesito. Cazzo vi mettete in giacca e cravatta non siete mica una di quelle band che apre le serate nei Casinò a Las Vegas. Dai.

Queste sono critiche solo sulle stile. Cosa c’entrano con l’album? C’entrano.

Perché è fiacco pieno di momenti lenti, quasi sempre le stesse chitarre che in alcuni sembrano una bruttissima copia degli arpeggi dei Foals (One For The Road), quella tonnellata di ben di Dio di Matt Helders viene sprecata senza motivo. Tiene pattern semplicissimi e uguali UGUALI nel 90% dei pezzi (Why’d You Only Call Me When You’re High) Perché??
A risentire roba come Pretty Visitors o The View From The Afternoon mi viene da strapparmi i capelli. Per fare drumlines così semplici potevate prende anche Stephen Hawking. Secondo Alex questi “beat” erano ispirati dall’hip-hop. Ok però nell’hip hop non è che sopra dei beat del genere ci fanno ballatone d’accendino, ci rappano duro e incazzato Alex. Forse dovresti rifarti un po’ di ascolti hip-hop oltre ai rapper afroamericani che sviolinano come checche nei pezzi hip hop da classifica.

Per non dimenticare i momenti lenti. Negli altri album funzionavano bene essendo controbilanciati da brani ritmati che servivano anche ad esaltare il pubblico negli inevitabili live di promozione. Qua in AM danno il colpo di grazia all’album nel suo complesso.

Andare oltre nel parlare di quest’album fa male al cuore di un fan che ,come primo suo concerto, ha visto voi ragazzi. Uno che ricorda come chiusura 505, buio e luci viola che illuminavano il palco. Immaginare ora una chiusura con uno dei pezzi di AM, farebbe male, ma tanto, più dell’intera programmazione di film sull’olocausto nel giorno della Memoria.

Alex se volevi fare una cosa del genere, te ne andavi in un garage, ti portavi una chitarra, una drum machine e ti registravi il cazzo che ti pareva. Ma così non va, hai sprecato tutto il talento che i ragazzi che sono dietro di te sul palco hanno dimostrato di avere.

Con affetto, un fan.

Tracce consigliate: Do I Wanna Know?

 

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