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Lust For Youth
International
I Lust For Youth si sono messi a fare pop. I territori esplorati in International sono più luminosi rispetto al passato: i sintetizzatori sono rimasti gelidi, ma tutto è stato scaldato da arpeggiatori, chitarre e ritornelli da cantare e cantare. Che sia questa una svolta definitiva? Ancora non possiamo esserne certi, ma di sicuro questo connubio di singoli catchy e pezzi strumentali, di atmosfere tipiche degli 80s al neon e darkwave, ha ampiamente convinto.
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Grouper
Ruins
Solitudine e malinconia contraddistinguono questo disco di Grouper, che sa benissimo come fotografare i sentimenti. Non c’è pace interiore, anche se la tranquillità apparente dell’album farebbe pensare al contrario. Un mondo oscuro e pericoloso intorno a noi, senza indicazioni nè risposte. Vecchi fardelli del passato ed un piano strozzato, timido, tocca i nostri punti deboli. Il decadimento interiore si sposta all’esterno e lascia l’ascoltatore da solo con se stesso, a guardare le rovine della propria vita.
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Sharon Van Etten
Are We There
Malinconia come se piovesse su Are We There?, quarto album di Sharon Van Etten, forse quello che definitivamente l’ha lanciata tra i grandi nomi della musica internazionale, per la prima volta lasciando in parte l’egida degli amici The National. Nè dal punto di vista musicale né da quello delle liriche si trova nulla di sorprendentemente nuovo; folk pop da una parte, testi che parlano di amore, perduto e non, dall’altra. Eppure Sharon con Are We There crea qualcosa di estremamente personale e profondo, se non originale.
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Recondite
Iffy
Iffy può sembrare l’ennesimo figlio di Ableton e dei suoi pacchetti senz’anima, ma la sua innata capacità di essere al di sopra degli stereotipi techno mainstream degli ultimi anni è la dimostrazione di come la mancanza di sample vocali possa essere il valore aggiunto di un disco dannatamente rock. mE Recondite è la rockstar che stavamo aspettando, l’artefice di un lavoro inumano operato sulle tracce: bassline curate, drum machine martellanti, synthoni acidi e bpm in continuo crescendo, il tutto curato a modi geometria euclidea. mRecondite si prende gioco del less is more, della musica che nasce minimale e muore al Timewarp e dei dj che pur di stare a spasso con i trend sono disposti ad appendere i piatti al chiodo. E lo fa con le armi del selector raffinato, con picchi di perfezione che fanno urlare al capolavoro.
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Mac DeMarco
Salad Days
Mac DeMarco anche stavolta non perde l’occasione di riconfermare un personale approccio quanto più rassegnato e spensierato possibile alla decadenza del vivere quotidiano. Tutto questo in un album che parla sostanzialmente di donne, solitudine e consigli. Vai tranquillo, sembra dirci coi suoi arrangiamenti lenti e trascinati, ciò che è stato è stato, fattene una ragione. Eppure fa sempre impressione la notevole leggerezza con cui l’artista riesce a porsi: dopo un intero ascolto quello che effettivamente resta sono motivetti naïf e lo stesso mood della domenica mattina. Termina l’album un brano demenziale, che cancella 25min di spleen, in cui Mac ci saluta così “Hi guys, this is Mac, thank you for joining me, see you again soon, bye bye”. Apritevi una birra e smettete di lavorare, fatelo, ora.
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Spoon
They Want My Soul
Gli Spoon iniziano a sembrare immortali. Con They Want My Soul ripropongono la formula tanto semplice quanto geniale che li ha portati al successo: minimalismo nella costruzione dei pezzi, secondo dopo secondo i riff di chitarra e i loop di batteria si intersecano creando un insieme melodico che non esce più dalla testa. E di certo anche i ritornelli killer fanno la loro parte. Tutto è poi impreziosito da arrangiamenti certosini e una cura maniacale dei suoni. Bisogna davvero aggiungere altro? Ennesimo gran disco, e l’impressione è che ne seguiranno ancora.
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Future Islands
Singles
L’ultima uscita dei Future Islands li consacra al grande pubblico, merito soprattutto di quella micidiale hit che è Seasons (Waiting On You). Il loro percorso è in ascesa, le sonorità sono un po’ cambiate (complice il cambio di formazione sullo sgabello della batteria), avviandoli verso una fase più matura della loro carriera. Gli anni ’80 risuonano prepotentemente in tutto l’album, grazie ad un utilizzo sapiente del sintetizzatore ma soprattutto di una strepitosa linea di basso che risplende, sì, in Spirit, ma che è uno dei veri punti di forza dell’album intero. Le emozioni sono intense, l’amore, lo sconforto, l’attesa ed anche l’affetto familiare: tutto narrato, spesso urlato, dalla voce unica di quel fenomenale showman che è Samuel Herring.
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Aphex Twin
Syro
Syro: la riapparizione del maestro, del guru dell’elettronica. Quando Aphex Twin ha annunciato il suo ritorno discografico, il panico si è riversato nell’internet. Tra campagne di hype massicce e fan dell’ultim’ora e fan di vecchia data e detrattori ecc. il disco è stato ora ascoltato e riascoltato, assimilato. Ciò che è certo è che Syro non aggiunge niente al percorso artistico di Aphex Twin, e i più scettici continueranno a dire che era un album evitabile e, fondamentalmente, inutile. Il fatto è che Aphex ha ispirato praticamente tutti (o quasi) gli artisti contemporanei di elettronica e dunque un suo disco nuovo, pubblicato nel 2014, non suona vecchio, decontestualizzato, anacronistico, e mai lo farà. Nemmeno tra 50 anni.
Il talento non ha età.
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Swans
To Be Kind
Un gonfio e nerissimo nuvolone avvolge il ritorno sulla scena degli Swans, in un anno pieno di ritorni di vecchi mostri del passato. Un album che di kind non ha nulla, se non il titolo e che fa male già in apertura. Screen Shot saluta il giorno del giudizio con un autentico crescendo di basso ed inquietudine, accompagnato da un flusso di coscienza esasperato, che prosegue per tutto l’album fino a rigurgitare stridolii e distorsioni psichedeliche. Dopo averlo ascoltato, neanche le voci dei bambini sembreranno più le stesse.
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Cloud Nothings
Here And Nowhere Else
Una scheggia, un pugno in pieno volto, una mazzata tra capo e collo. Questo è Here And Nowhere Else dei Cloud Nothings. Impalcature chitarristiche più elaborate dei dischi precedenti, basso e batteria che non lasciano un attimo di respiro, urla a squarciagola che storpiano nel miglior modo possibile gemme dall’anima pop, interpretate però con grezza attitudine (post-)punk. Come da ammissione stessa di Dylan Baldi, la conclusiva I’m Not Part Of Me è investita da una nuova luce che, seppur flebile, lascia trasparire speranza: una novità per il gruppo. Che sia un segnale di ciò che potrebbe essere il futuro dei Cloud Nothings?

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