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White Lung
Deep Fantasy
Avete presente la recente esplosione delle female voices in ambito punk/lo-fi? Avete presente l’hardcore ad alto tasso glicemico per chi vuole spaccare tutto ma con accordi melodici che facciano da sottofondo alle mazzate? Avete presente una versione meno sfondata di Courtney Love che tra un articolo sulla propria vagina e l’altro canta (leggasi ‘urla’) per 22 minuti nelle vostre cuffie o se siete fortunati dal vivo? Se le risposte a queste domande sono NO, NO, NO, allora sapete cosa fare. “The dumb won’t make a sound!”
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Millie & Andrea
Drop The Vowels
Millie & Andrea ci fanno strada nei cavernosi e criptati luoghi prossimi alla techno. È un viaggio tra sentieri pietrosi, scomdo, e che unisce il passo svelto jungle, l’esperienza funambolica house, l’attimo distensivo ambient, senza però mai mancare del vigore e dell’eclettismo techno. Indubbiamente Drop The Vowels si rivela uno dei momenti più freddi dell’anno ormai proiettato al tramonto ma, allo stesso tempo, uno dei più profondi e contornato di misticismo.
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Jungle
Jungle
Non sono belli ma piacciono, per parafrasare un comico italiano. I Jungle sono comparsi sulla scena col sorriso e con la voglia di vivere e, forse, anche per questo sono arrivati subito a tutti. Fanno anche della bella musica e la esprimono con entusiasmo nel loro album d’esordio; un album che guarda al passato funk/soul con ammirazione e che si fa amare dall’inizio alla fine, mentre scivolano le dita su quel basso che più basso non si può.
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Shabazz Palaces
Lese Majesty
Quando si parla di Shabazz Palaces tutto è lecito. Anche nominare Kanye West, Kendrick Lamer e, perché no, Franco Battiato. Non c’è stereotipo che regga di fronte a un lavoro così fastidiosamente fricchettone, ma a tratti rivoluzionario. Ed è curioso che sia partorito in una città come Seattle, una white city che non mastica hip hop, ma che da quando esistono gli Shabazz Palaces ha cominciato il suo indottrinamento con una qualità degna di nota. Lazaro e soci riescono a creare uno strano equilibrio tra liriche legate ad un sottile e a volte pungente stream of consciouness e sonorità spazzatura che rendono bene l’idea del malsano, l’idea che l’oscurità è la luce che ci spinge ad osare, come recita They Come In Gold.
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A Winged Victory For The Sullen
Atomos
Archi, pianoforti, droni. Ambient, new-classical. Le parole non servono per elevarsi e intravedere la Bellezza. ATOMOS segna il ritorno del duo A Winged Victory For The Sullen e fornisce la prova della qualità e al contempo della fruibilità della loro musica. ATOMOS nasce infatti come colonna sonora per una pièce di danza, ma le sue melodie potranno tranquillamente essere la personalissima colonna sonora della vita di ciascuno di noi.
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Wild Beasts
Present Tense
La predominanza degli elementi elettronici in Present Tense segue il cammino che la band ha cominciato nel 2011, con Smoother, approfondendo la conoscenza con i sintetizzatori senza però abbandonare la propria vena percussiva. L’album è un’opera equilibrata, a cominciare dall’alternanza di voci tra Hayden e Tom, due veri talenti contemporanei. Wanderlust, traccia d’apertura e primo singolo scelto, è un urlo di protesta contro le differenze di classi in Gran Bretagna: accompagnato da una crescente linea di synth e bassi è il perfetto biglietto da visita del disco. L’atmosfera è prevalentemente intimista (Nature Boy), con sonorità a volte cupe (Daughters) che poi va a concludersi con una punta di ottimismo (Palace). Così come la copertina del disco appare, Present Tense non è altro che un avvincente punto di incontro di diversi temi che hanno influenzato ciascun componente.
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Chet Faker
Built On Glass
Don’t believe the hype, dicono i più. Il fenomeno Chet Faker ha completamente invaso la Penisola, forse abbagliata da suoni fin troppo perfetti, forse la componente femminile di pubblico è rimasta ammaliata dalla barba del buon Chet, chissà. A distanza di mesi è però innegabile la fruibilità e godibilità di Built On Glass, la vena pop che permea ogni traccia. Forse sarebbe ora di lasciar perdere tutti.
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Glass Animals
Zaba
L’album che gli Alt-J non sono riusciti a fare quest’anno è proprio Zaba. I Glass Animals ci hanno regalato un lavoro raffinato, puntigliosamente ponderato e, chiaramente, ben riuscito. Paul Epworth, in produzione, ci delizia con sonorità super-colorate e ipnotiche, percussioni palpitanti, a tratti tribali, che disegnano con creatività paesaggi fantastici in cui vale la pena ritrovarsi e lasciarsi andare all’immaginazione. Per info: guardare il video di Pools.
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Clap! Clap!
Tayi Bebba
Tayi Bebba non è soltanto un viaggio asfissiante di bassi e field recordings del continente nero, ma un’eccellente riproduzione ragionata di un diario di bordo astratto, ricco di simbologie e pensieri lasciati in sospeso. È un piacere ascoltare Tayi Bebba, dall’inizio alla fine, perché Cristiano Crisci è riuscito ad evolvere un suono ricco di pasticche in un esempio difficile da imitare, che spinge il beat-making all’estremo della sfera personale.
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Freddie Gibbs & Madlib
Piñata
Freddie Gibbs rispolvera le cassettine di Tupac, schiarisce la voce e nasconde il microfono carico nei pantaloni. Numerosi featuring gli danno manforte in Piñata ma è il complice fisso ad alzare l’asticella della qualità: Madlib, e non so se mi spiego. Vecchia scuola, tematiche scomode e vietate ai minori. Fumo denso e flow inarrestabile, rime su rime, hook decisivi e i beat, beh, i beat di Madlib. Un viaggio nel tempo che ha fatto esultare gli appassionati, e non solo.

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