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Francis Harris
Minutes Of Sleep
Francis Harris si è dimostrato essere artista in senso stretto, e soprattutto, quindi, capace di riportare su tela ciò che il cuore gli ha suggerito. Per cui Minutes Of Sleep suona come il riverbero di una tensione interiore, come il grido sofferto, e con tutta la carica emotiva recata da un’assenza la quale porta l’album stesso ad assumere i tormentati tratti di una laudatio funebris. Minutes Of Sleep è per questo di una bellezza rara, scevro di ornamenti superflui e pretenziosi, si rivela piuttosto lineare nella sua scrittura. Le frasi ritmiche e armoniche non possono dunque che essere attraversate da solchi deep o sfumature dark in un profondo groove house alle volte, in aperte ed estese declinazioni jazz in altre. Il capolavoro solitamente nasce dal disagio dell’artista, con Minutes Of Sleep ciò può essere confermato ed eretto a definizione.
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Andy Stott
Faith In Strangers
Lo sciamano degli scenari industriali di Manchester riapre le porte del suo mondo senza luci, tra brividi gelati, distorsioni lancinanti e voci angeliche. Il complesso scultoreo di Faith In Strangers prende forma lasciando però in giro costruzioni che presentano debolezze o minor impatto. Per colpa del duro confronto con la pulizia straordinaria di Luxury Problems, quest’album si ferma un gradino sotto, restando però un pregevole lavoro grazie alla presenza di perle come Violence.
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SOHN
Tremors
Quel santone di Christopher Taylor aka SOHN non stecca alla prima uscita targata 4AD. Nel suo inusuale viaggio da Londra a Vienna si è portato dietro un bagaglio pieno di suoni presi in prestito dalla tradizione musicale degli ultimi anni, da James Blake agli Alt-J. Loop, beat, synth conditi con salsa malinconica ed un pizzico di R&B dove necessario; tutto è pesato quanto basta, le percussioni sono perfette nella loro aritmia e le atmosfere evocate ben si conciliano con il paesaggio artico della copertina. Tremors è un album per tutti, gradevole e ricercato, ma al tempo stesso non superficiale; le emozioni ed i tecnicismi sono mischiate magistralmente, quasi facendoci scordare che, dopotutto, si tratta di un esordiente.
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Liars
Mess
Arrivati al settimo album i Liars possono permettersi di giocare sia con il proprio pubblico sia con le aspettative che li attendono sia con la propria stessa carriera musicale. Mess è un tassello nuovo che non dimentica il passato e si avvicina idealmente perfino al debut album, uscito ormai quasi quindici anni fa. Teso fra un pericoloso estremismo di synth pesanti e spintissimi, botte adrenaliniche, tracce lanciate a duecento all’ora e attimi più riflessivi e intimi, addirittura allucinati e psichedelici o perfino dolci come nel finale, Mess ha la proprietà di colpire ancora una volta nel segno; un nuovo centro per una band ormai colonna portante nel suo genere.
BEFOREST
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Be Forest
Earthbeat
Dalla ormai ufficialmente riconosciuta capitale shoegaze d’italia, Pesaro, i Be Forest consegnano il loro sophomore intitolato Earthbeat. I colori caldi della copertina riflettono l’aumento di temperatura emotiva dei pezzi. La chitarra di Nicola Lampredi, spettrale nel primo album Cold, qui invece gioca con riff che inducono a danzare intorno al fuoco rovente, acceso dalla sezione ritmica arricchita da campionamenti che creano un legame di primitività verso la terra in una dimensione piacevolmente onirica. Altra gemma da aggiungere alla collana d’esportazione italiana.
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The Antlers
Familiars
Sono tornati i The Antlers e lo hanno fatto alla loro maniera, inondando l’ascoltatore con un una valanga di emozioni, generalmente non troppo allegre (ci mancherebbe!). Familiars prende le mosse dai due precedenti lavori e ne racchiude in sé gli ingredienti migliori dando vita ad un’opera che oscilla fra il chamber pop, un ambient carico di tensione emotiva e tanto, tantissimo sentimento con suoni che sono stavolta più caldi e avvolgenti che in passato, intrecciati in un’armonia melodiosa. Familiars non rientrerà certo tra gli album più movimentati e spensierati dell’anno, ma non è questo che chiediamo ai The Antlers. Quello che chiediamo invece è la capacità di toccare il cuore e l’anima: neanche a dirlo, ce l’hanno fatta.
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Perfect Pussy
Say Yes To Love
Meredith Graves. Per parlare di questo album non serve molto altro. Una giovane donna piena di tatuaggi, coi peli sotto le ascelle, un po cicciottella, ma che comunque nelle foto è figa, che canta, anzi urla, che quando canta non si capisce neanche quello che dice, eppure i testi sono assurdi; non c’è tempo ragazzi, 20 minuti di noise e chitarre sporchissime. Non fai nemmeno in tempo a capirlo che già è finito. Ti mette l’ansia. Ti fa venire voglia di stoppare, ma non puoi, perché è troppo bello per stopparlo.
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Fear Of Men
Loom
Se con Early Fragments ci avevano fatto capire che una nuova e interessante band stesse per nascere, con Loom i Fear Of Men si presentano, educatamente e senza troppe pretese, nel mondo dei grandi. Un disco, contrariamente a quanto si possa aspettare da un debut, già maturo e di ottima fattura, in cui è difficile segnare il reale confine – ammesso che vi sia – tra indie pop e dream pop, ma in cui è immediatamente riscontrabile l’enorme personalità della band.
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EMA
The Future’s Void
Ho come l’impressione che EMA non riesca ad ottenere il successo e l’attenzione che meriterebbe. In The Future’s Void convivono l’EMA che avevamo imparato a conoscere, dunque più dolce e cantautorale, e una nuova EMA più dark, aggressiva, talvolta elettronica, ma ben lungi dallo snaturarsi. Questo disco segna dunque un passo avanti, talvolta lasciando intravedere un’evoluzione rispetto al già bellissimo debut, una di quelle evoluzioni che solo i grandi talenti riescono ad attuare alla propria arte.
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A Sunny Day In Glasgow
Sea When Absent
Lo shoegaze non morirà mai, e il quarto episodio degli A Sunny Day In Glasgow ci conferma la vitalità di un genere che conta ancora tantissimi amanti. Sea When Absent è un variegatissimo viaggio sonoro, una piacevole esperienza le cui protagoniste sono due voci femminili cristalline che si bilanciano sopra quel mare che è il caratteristico muro di suono chitarresco. Ma la bravura degli ASDIG non consiste solamente nel perpetuare i fondamentali dello shoegaze, bensì nella loro reinterpretazione in una chiave dreamy che non stona affatto e che ci fa ben sperare per i prossimi episodi.

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